Politica

Dopo il ritorno di Aoun a palazzo,  il “grande jihad”

Aoun
Il nuovo presidente del Libano ha incarnato i sogni di una generazione, ma lo attendono enormi sfide

Di Louai Hassan. As-Safir (5-11-2016) Traduzione e sintesi a cura di Raffaele Massara.

È salito al potere un uomo che da una situazione atipica è riuscito ad aprire uno spiraglio tra le parti in conflitto: un’apertura strategica verso Hezbollah e tutto l’universo sciita, poi la lotta alla corruzione che gli ha fatto guadagnare altri punti malgrado settarismi e personalismi.

Aoun è un presidente unico nella storia del Libano, lontano dall’esclusivo “club dei presidenti” così distanti dal paese reale, escluse poche eccezioni: come nel caso di Lahoud, presidente riformista ed innovatore ma dallo scarso consenso popolare e potere decisionale in parlamento. Non è il caso di Aoun, il cui impegno e presenza in parlamento gli hanno permesso di superare il poco potere presidenziale; al quale va aggiunta la sua già citata lotta alla corruzione che gli ha ingraziato larghe fasce della popolazione.

Ma ovviamente non basta ciò a concretizzare un progetto riformista, la battaglia contro la corruzione è dura e non è un vero faccia a faccia; semmai una guerriglia in una giungla di istituzioni e fascicoli minati, e solo 72 mesi di governo per entrare nella storia. Non vale più il suo approccio militare ai tempi della guerra con la Siria vent’anni fa, quando diceva di “combattere il nemico oggi per negoziare con lui domani”. Ma una battaglia del genere non accetta negoziati né mezze soluzioni, o si vince o si perde.

Ma forse la sfida più dura sarà il debito pubblico che ammonta a 71 miliardi, in pratica il 140% del PIL nazionale; percentuale in continua crescita che potrebbe tradursi in catastrofe. Eppure la vicina Siria, martoriata da guerra e devastazione, ha un debito pubblico pari solo al 73% del PIL (secondo dati dell’ONU). Cosa tragica è che la politica non se ne occupi, tenendo in scacco un economia nazionale fatta di rendite e basata su industria ed agricoltura ma senza di fatto, materie prime.

Scottante è poi il tema degli ingressi dalla Siria, circa 1.800.000 persone. Si tratta sicuramente di un pesante fardello economico ma anche sociale, laddove vi sono libanesi che temono che i rifugiati siriani rimangano per scompigliare il tessuto demografico del paese. Per non parlare di chi pensa che alcuni di loro possano portare altro terrorismo in Libano.

Atteggiamento strano quello libanese verso la crisi siriana ed il terrorismo: la politica de “l’auto-distanziarsi” sembra più una scusa per coprire possibili coinvolgimenti di connazionali in Siria. Una soluzione concreta sarebbe riattivare i canali diplomatici coi “vicini”, ma ecco che ritorna il problema della corruzione anche in questi canali. Il Libano occupa infatti si colloca parecchio in fondo (132° su 168 paesi) nella classifica stilata dall’Organizzazione Internazionale per la Trasparenza.

La corruzione costa circa 10 miliardi nell’ultimo decennio e ha dato vita a favoritismi politici e incertezza, se non mancanza, della pena. È proprio sul ruolo dei giudici che bisogna puntare per “aggiustare” e proteggere ciò che i politici corrotti hanno rovinato; ripulire la politica dai nomi meno trasparenti o inefficienti, e legiferare a favore di un’indipendenza del potere giudiziario.        

Queste le sfide del “grande jihad” del generale, al suo ritorno a palazzo.

Louai Hassan è uno scrittore e politico siriano.

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