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La ‘’resistenza digitale’’ spoglia l’arabo dei punti diacritici per eludere gli algoritmi dei social e aggirare il divieto di appoggiare i palestinesi

di Maha Farid – France 24 Arabic, (20/05/2021). Traduzione e sintesi di Francesca Martino

Nella sanguinosa escalation tra Israele e Palestina, molti post scritti in arabo senza punti diacritici sono recentemente apparsi sui social. Secondo quanto riferito dagli utenti, i contenuti circolanti in arabo in sostegno alla causa palestinese vengono rimossi poiché etichettati come ‘’sensibili e contrari alle norme di pubblicazione dei siti’’. Gli utenti ricorrono quindi a una serie di stratagemmi per eludere gli algoritmi delle diverse piattaforme. È riuscita questa lingua senza punti a compiere la sua missione?

صورة من حساب موقع س على فيس بوك
Testo foto: “Riesci a leggere cosa c’è scritto? Così scrivevano gli Arabi in passato”
صورة من حساب موقع س على فيس بوك © فيس بوك
© Facebook

I social hanno svolto un ruolo fondamentale nella circolazione di informazioni, foto e video legati all’escalation israelo-palestinese iniziata lo scorso 10 maggio e definita dagli analisti la peggiore dal 2014. I siti di comunicazione si sono rapidamente trasformati in una specie di campo di battaglia virtuale tra chi propugna il diritto all’autodifesa di Israele e chi sostiene invece il popolo palestinese. Il dibattito online è iniziato con la guerra degli hashtag, da #saveelsheikhjarrah, ampiamente diffuso sin da subito, a #Gazaunderattack.

Molti personaggi famosi hanno condiviso quest’ultimo hashtag, contribuendo a fare maggiormente luce su quanto sta accadendo in Israele e nei Territori palestinesi. Quando si sono manifestate le prime reazioni internazionali sul sanguinoso conflitto, alcuni attivisti hanno accusato i siti dei social, in primis Facebook, Twitter e Instagram, di allinearsi alle posizioni politiche e diplomatiche delle grandi potenze, sorvegliando e bloccando alcuni contenuti filopalestinesi col pretesto che ‘’violano le norme di pubblicazione’’ dell’applicazione o della piattaforma.

Un esperto in materia di social media che preferisce restare anonimo ha confermato, in una dichiarazione a France 24, che molti account vengono bloccati quando pubblicano contenuti classificati come ‘’sensibili’’, e che ciò avviene tramite identificazione automatica da parte dell’app o della piattaforma in questione, i cui amministratori possono procedere alla rimozione degli stessi account qualora informati. Alcuni Paesi arabi – ha aggiunto l’esperto – modificano gli algoritmi dei propri motori di ricerca per bloccare certe informazioni e siti filopalestinesi. Perciò, un utente Facebook nei Paesi arabi potrebbe non visualizzare lo stesso contenuto che visualizza un altro utente in un Paese europeo, il che significa che la società di comunicazione può scegliere di attenersi a determinate norme per determinati Paesi, ma nel caso degli eventi in atto in Palestina e Israele, sono stati rimossi interi contenuti a prescindere dal Paese in cui venivano pubblicati.

Dinanzi a questi divieti, alcuni utenti si sono rifiutati di vedersi ‘’privare della loro unica arma’’ e cioè pubblicare ciò che realmente accade. Per esempio, alla giornalista palestinese-americana Mariam Barghouti è stato temporaneamente bloccato l’account Twitter mentre riferiva le proteste contro l’espulsione dei palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est.

La ‘’resistenza digitale’’: i trucchi per eludere gli algoritmi

Per aggirare questo divieto a cui numerosi attivisti hanno rivelato di essersi confrontati, in molti hanno usato dei trucchi per eludere gli algoritmi dei siti interessati, in modo da poter pubblicare liberamente i contenuti senza rischiare che siano rimossi e, in alcuni casi, di vedersi bloccare gli account. Uno di questi trucchi consiste nel separare le lettere di una stessa parola inserendo un punto o lasciando uno spazio tra di esse. C’è poi quello di sostituire alcune lettere arabe con lettere dell’alfabeto latino, e infine, il trucco più diffuso, quello di scrivere l’intero post in arabo ma senza i caratteristici punti diacritici.

L’alfabeto senza punti è l’arma degli utenti per contrastare la censura

Per affrontare questa guerra elettronica, gli utenti arabi o che scrivono in arabo si sono serviti di siti come Tajawz o ancora Seen per scrivere nell’arabo di una volta, oltre che dell’applicazione Uktub. Basati sullo stesso principio ovvero la rimozione dei punti diacritici, gli ultimi due permettono di eludere gli algoritmi che non riescono a rilevare le parole all’interno del dizionario dei termini proibiti, a meno che questo non venga aggiornato. Il sito Tajawz è invece un’iniziativa di un gruppo egiziano nata per sostenere quanto sta accadendo nei Territori palestinesi e si basa sulla codifica dei testi e l’alterazione delle parole in modo da renderle ugualmente irrilevabili dagli algoritmi.

La maggior parte degli utenti non ha avuto difficoltà a comprendere e a leggere questi ‘’codici’’, il che ha spinto molte persone a farvi ricorso per trattare svariati argomenti, confidando nella loro capacità di eludere il sistema degli algoritmi.

Secondo l’esperto, questi trucchi hanno riscontrato successo e popolarità ma sono stati rapidamente compresi dagli amministratori dei diversi siti che in alcuni casi – come per Instagram – hanno aggiornato gli algoritmi per continuare a bloccare i ‘’contenuti sensibili’’ contrari alla loro politica.

Algoritmi dell’oppressione

A tal proposito, la scrittrice Safiya Noble, nel libro Algorithms of oppression, uscito nel 2018, espone il concetto di ‘’bias digitale negli algoritmi’’, secondo il quale l’‘’oppressione sistematica’’ presente nella tecnologia digitale contribuisce alla continua repressione di gruppi che da sempre sono vittime di persecuzioni e di ingiustizie, come il colonialismo, la schiavitù, il razzismo, l’omofobia e la discriminazione per motivi di sesso e di genere. ‘’Quello che accade sullo sfondo del conflitto israelo-palestinese non è isolato da questo sistema tecnologico ingiusto. Solo per fare un esempio, i più sofisticati strumenti tecnologici vengono adoperati per censurare i palestinesi, cancellare i loro post, sorvegliarli, perseguitarli, minacciarli e ricattarli’’.

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Redazione

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