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Iraq: una strategia politica contro Daesh

Di David Romano. Rudaw (28/05/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Nei giorni scorsi, la caduta di Ramadi e la distruzione della raffineria di Baiji, malgrado la presenza massiccia di truppe irachene, rendono ancor più urgente trovare una strategia politica per sconfiggere i cartelli del jihad in Iraq. Occorre dunque evitare gli errori del passato: corruzione, ingiustizia sociale, marginalizzazione delle forze politiche sunnite e legate al partito Baath.

Ma soprattutto è necessario che la comunità internazionale smetta di invischiarsi in oscuri giochi di alleanze che, oltre a far scempio dei principi del liberalismo democratico cui perlopiù dice di ispirarsi, hanno effetti devastanti sulle istituzioni e sul tessuto sociale di intere regioni. Alleanze instaurate in nome del principio secondo cui “il nemico del mio nemico è mio amico”, poi infrante e sostituite con altre, in un circolo vizioso che finora non si è riusciti a interrompere. Dai Balcani all’Afghanistan, ma anche Libia, Siria, Iraq e Yemen ne sono gli esempi più eclatanti, come le sanguinose dittature dell’America Latina.

Nel 2006, il generale USA David Petraeus tese la mano alle tribù sunnite irachene, stanche delle scorrerie dei cartelli del jihad legati ad Al-Qaeda, fornendo loro armi e stipendi come forze di sicurezza. Cooperazione con la coalizione internazionale in cambio di un posto nel futuro governo, nonostante la contrarietà dell’allora primo ministro iracheno Nuri al-Maliki.

Sicure dello schema imposto, le truppe internazionali si sono ritirate dall’Iraq nel 2010-2011, anche se le stesse tribù, a loro volta, stringevano rapporti di reciproco sostegno con i satelliti di Al-Qaeda per una gestione stabile del territorio. Per il governo di Baghdad questa era una ragione in più per interrompere il pagamento degli stipendi delle milizie tribali sunnite e un valido pretesto per accentrare i poteri su al-Maliki. In tale deriva autoritaria l’esecutivo impedì nel 2010 alla coalizione laica (ma in prevalenza sunnita) di Iyad Allawi, vincitrice alle elezioni legislative, di formare un nuovo governo. Al-Maliki, vale la pena di osservare, rimase al potere su pressione di Washington, malgrado le mancate promesse ai partiti alawiti e curdi.

Inoltre, nel 2012, la magistratura irachena, controllata da al-Maliki, ha spiccato un mandato di cattura per terrorismo contro l’ex vice presidente iracheno Tarek al-Hashimi, colpevole di aver sostenuto i tentativi dei partiti sunniti vincitori di elezioni di formare le giunte locali di diversi governatorati. Stessa tattica utilizzata dall’allora primo ministro iracheno contro altri politici sunniti, come il ministro delle finanze Rafi al-Issawi e qualsiasi forma di protesta è stata duramente repressa.

L’emarginazione politica di cui sono state vittime le forze politiche sunnite moderate è una delle ragioni della defezione di molti soldati iracheni, che ha consentito ai cartelli del jihad di conquistare Ramadi. L’attuale primo ministro Haidar al-Abadi dovrebbe pertanto recuperare la fiducia di questi partiti e soprattutto della loro base. Una strategia che ha molte probabilità di funzionare, poiché si è rivelata efficace nella Regione autonoma del Kurdistan Iracheno (KRG), guidata da Massoud Barzani e difesa dalle milizie curde peshmerga, che hanno avuto un ruolo importante nell’invasione dell’Iraq nel 2006 che nella resistenza all’avanzata di Daesh (ISIS) lo scorso anno.

Il KRG potrebbe essere un valido modello di gestione delle aree sunnite del Paese, ma ora queste sono in gran parte in mano dei cartelli del jihad. Si potrebbe partire quindi dalle zone curde al di fuori del KRG e da quelle sciite, ancora sotto il controllo di Baghdad, come ha auspicato lo stesso al-Abadi e come prevede l’art. 119 della Costituzione irachena.

David Romano è editorialista di Rudaw dal 2010.

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Carlotta Caldonazzo

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