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Diplomazia: il folle vicinato diventa sempre più pazzo

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Di Herb Keinon. The Jerusalem Post (07/01/2016). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

Per comprendere le dinamiche apparentemente folli che coinvolgono il Medio Oriente, il modo migliore di iniziare è dividere la regione in quadranti. Quattro parti, e non le classiche due – sunniti vs. sciiti – ha sottolineato Eran Lerman, che negli ultimi sei anni è stato vice direttore del Consiglio per la Sicurezza Nazionale di Israele.

Dopo l’esecuzione da parte dell’Arabia Saudita del religioso sciita Nimr al-Nimr, l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran e l’interruzione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi, Lerman ha detto che la divisione ideologica nella regione non è tra sciiti e sunniti; piuttosto, è tra i tre campi che rappresentano una variazione sul tema dell’Islam totalitario, e un quarto – un gruppo vagamente definito – che potremmo definire le forze regionali per la stabilità.

Per fortuna, i primi tre campi – Iran, Daesh (ISIS) e Fratelli Musulmani – sono tutti in lotta tra loro. Al-Qaeda, o ciò che ne resta, è parte di un elemento marginale del jihad salafita in un campo ormai dominato da Daesh. E nell’altro angolo ci sono le forze per la stabilità regionale, e in questo campo, di cui Israele è un membro fondamentale, fanno parte Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Giordania, Egitto, Marocco, “alcuni elementi del gioco libico”, Algeria e, naturalmente, i curdi, pugnalati alle spalle dai turchi.

Un altro Paese in questo campo, che l’Occidente dovrebbe considerare di più, è l’Azerbaigian, a maggioranza sciita; il che è uno dei motivi per cui il tentativo di raggruppare le divisioni regionali in una battaglia tra sciiti e sunniti non funziona. L’altra ragione che inficia questa tesi è il fatto che il maggiore alleato dell’Iran sciita in questa battaglia per il dominio è Assad, un alawita, setta che alcuni considerano al di là dell’ortodossia dell’Islam. Inoltre, uno dei principali alleati dell’Iran – insieme a Hezbollah in Libano – è la Jihad Islamica a Gaza, che è anche sunnita.

Ed è qui che le cose si fanno veramente interessanti.

Lerman ha definito la Jihad Islamica come un’organizzazione abbastanza grande da garantire che Hamas non farà una “danza sudanese”. Cosa vuol dire? Si tratta del cambiamento di alleanze da un giorno all’altro, dall’Iran all’Arabia Saudita, da un quadrante mediorientale all’altro. Cosa che ha fatto il Sudan l’anno scorso, quando si è spostato dalla sfera iraniana avvicinandosi a Egitto e Arabia Saudita. Il Qatar, invece, non è tra le forze che operano per la stabilità, ma piuttosto nel campo dei Fratelli Musulmani, mentre l’Oman ha legami con gli iraniani.

Arriviamo ora alla Turchia. Erdogan credeva che avrebbe potuto guidare il campo dei Fratelli Musulmani al dominio della regione. Ma dopo l’estromissione di Morsi le cose sono cambiate ed Erdogan sembra trovarsi in mezzo a tutti questi campi. Non è quindi un caso, ma semmai una conferma della volontà della Turchia di spostarsi verso il campo della stabilità, che la prima dichiarazione positiva di Erdogan su Israele sia stata fatta la settimana scorsa mentre rientrava in patria dall’Arabia Saudita.

Secondo Lerman, Daesh è molto pericoloso, ma non è un concorrente per il predominio nella regione. Quindi, Israele deve stare attento allo Stato islamico in Siria, nel Sinai, e potenzialmente in Libia, tuttavia alla fine questa minaccia sarà lentamente repressa. Il campo dei Fratelli Musulmani, ha detto Lerman, non è più minaccioso come appariva quando Morsi governava l’Egitto e anche in Tunisia hanno accettato volontariamente il ruolo di terzo violino.

Così comincia a profilarsi una lotta tra il campo iraniano rafforzato dai soldi derivanti dall’accordo sul nucleare e questo campo di forze per la stabilità, di cui i sauditi sono il nucleo, sauditi che sotto re Salman sono giunti alla duplice conclusione che non possono più lasciare che gli altri lottino fino alla morte (vedi in Yemen) e che non possono più dare per scontato il sostegno degli americani.

Ci troviamo quindi di fronte ad una regione divisa in due posizioni polari – il campo iraniano e le forze di stabilità. Per Israele questo vuol dire che le forze per la stabilità cercheranno di mantenere aperti i canali di comunicazione e di cooperazione con Tel Aviv. Tutto ciò, d’altra parte, acuisce il sentimento di abbandono dei palestinesi.

Lerman, come Yaakov Amidror, sostiene che una delle conseguenze della tensione tra Arabia Saudita e Iran è che la guerra siriano continua a infuriare. Lerman ha diviso il Paese tra i curdi al nord, i sunniti nello spazio ora occupato da Stato islamico e il Fronte al-Nusra, e il regime di Assad a ovest. Questa nuova Siria, ha detto, è “un fatto della vita” che nessuno potrà riunire.

Herb Keinon ha una laurea in scienze politiche conseguita presso l’Università del Colorado e un Master in giornalismo ottenuto presso la University of Illinois.

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Ilaria Antoniello

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