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Riformare le organizzazioni arabo-islamiche

Lega Araba Cairo

Di Muhammad Wani. Elaph (18/01/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Non vi è dubbio che quando i vari leader arabi istituirono organizzazioni e associazioni arabo-islamiche – tra cui, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (fondata nel 1969), la World Islamic Call Society (1972), la Lega degli Stati Arabi (1945) – il loro fine ultimo fosse quello di proteggere gli interessi e gli intenti dei popoli e degli Stati islamici e arabi esistenti, oltre al consolidamento della pace e sicurezza, attenti a che tali istituzioni non si rivelassero incapaci o inefficaci nel risolvere o affrontare la serie di problemi e crisi in cui riversano oggi i musulmani.

Ecco perché oggi noi tutti abbiamo il diritto di chiederci: “Quali sono gli obiettivi e le conquiste che simili organizzazioni o associazioni hanno raggiunto a distanza di lunghi anni dalla loro fondazione? Per la responsabilità storica di cui si sono rivestite, sono state in grado di affrontare le sfide interne ed esterne e gli avvenimenti che hanno interessato, e continuano ad interessare, la regione?”.

La risposta che possiamo darci è la seguente: “Alla luce della misera condizione in cui riversano le società arabe contemporanee possiamo affermare il fallimento delle organizzazioni arabe e islamiche nell’adempiere ai propri doveri, contrari ai buoni propositi iniziali”.

Che cosa ha rappresentato un’associazione come la Lega Araba per la comunità araba ad esempio? Non si è stati in grado di portare a termine quegli obiettivi educativi e culturali circoscritti, né tantomeno si è riusciti ad indire una riunione di principi, re e capi arabi che occorresse nello stesso luogo e data ogni anno come da protocollo. In aggiunta, suddette istituzioni hanno fallito anche nel garantire soluzioni unanime circa le più importanti questioni della comunità o nel disinnescare guerre e conflitti che le hanno viste protagoniste, e di cui si hanno svariati esempi nella storia: la penetrazione egiziana al tempo di Nasser in Yemen nel 1962; l’invasione irachena durante la presidenza di Saddam Hussein in Kuwait nel 1990; l’invasione israeliana in Libano nel 1982, solo per citarne alcune.

Tuttavia, gli insuccessi più amari hanno interessato la Cooperazione Islamica, che riunisce in sé più di 57 Stati e per diverse ragioni. Primo, perché essa si configura come un’organizzazione mondiale da sempre membro delle Nazioni Unite; secondo, perché rappresenta più di un miliardo e mezzo di musulmani sparsi ad est e ovest dei suoi territori. La Cooperazione non ha fatto altro che vantarsi della sua reputazione internazionale rivelandosi del tutto debole e inefficiente.

Ne consegue dunque la nostra incapacità a riconoscere un ruolo autorevole dal punto di vista umano, politico o islamico a tali organizzazioni, istituzioni o centri di ricerca e studi strategici da essa derivati e la loro incompetenza nel risolvere i conflitti sferrati contro i musulmani anche da non musulmani. E qui ricordiamo la pulizia etnica contro il popolo musulmano di Rohingya portata avanti dai buddisti a Myanmar, i bombardamenti chimici subiti dal popolo curdo nella città di Halabja per mano delle forze irachene nel 1988, l’uccisione sistematica del popolo siriano operata da uno dei più feroci governatori della storia.

Queste organizzazioni restano in una posizione di semplici spettatori dinanzi al conflitto settario, distruzione e invasione delle forze terroristiche di Daesh (ISIS) in Iraq, o dinanzi al colpo di stato in Yemen e l’occupazione da parte delle milizie degli Houthi, oppure dinanzi alle operazioni iraniane nella regione. La Lega Araba, pur condannando nelle parole del suo segretario generale, Nabil al-Arabi, la penetrazione turca in Iraq, sembra aver dimenticato l’invasione iraniana tanto in Iraq quanto in Siria.

Per concludere, nessuna di tali organizzazioni ha rispettato il suo incarico seriamente o raggiunto successi degni di nota nei confronti del popolo arabo e islamico. Rimane compito degli stati arabi e del Golfo assumere una posizione responsabile nei confronti di queste istituzioni, interrompendo quindi finanziamenti e avviando una serie di riforme globali e radicali alla base delle loro strutture.

Muhammad Wani è uno scrittore e giornalista iracheno.

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Roberta Papaleo

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