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La rete della Taranta tra popoli e culture mediterranee, con Daniela Rota – prima parte

fig. 3 (Antidotum tarantulae)Buongiorno a tutti! oggi vi propongo un articolo, primo di due puntate, di carattere squisitamente musicologico e per cui ringrazio la Dottoressa Daniela Rota, docente in conservatorio di storia della musica, la quale ha tenuto una conferenza presso il prestigioso Istituto Germanico, a Roma, lo scorso 13 giugno. La dottoressa Rota è stata così gentile da accontentare la mia richiesta di avere il materiale sull’argomento della sua conferenza, per pubblicarlo e condividerlo con voi. Il testo e le foto che vedrete, qui e nella seconda parte che pubblicherò tra pochi giorni, sono stati infatti gentilmente concessi da Daniela Rota.

L’argomento è originale nel modo in cui è stato affrontato e proposto: il tarantismo, fenomeno che conosciamo essere tipico del Salento, ci appare sotto una nuova veste, ossia una fitta trama di fili che toccano e legano tra loro popoli e tradizioni in lungo ed in largo nel Mediterraneo, interessando anche i Mori e i Turchi.

Buona lettura, quindi, e a presto con la seconda parte dell’articolo, che ci porterà nel vivo della questione e dentro l’intreccio di scambi tra le popolazioni mediterranee!

 

” 13 giugno 2013, ore 19

Istituto Storico-Germanico di Roma

Ciclo di conferenze “Musicologia oggi

Daniela Rota

LA TELA DELLA TARANTA

Intrecci storici, culturali e musicali tra le civiltà del Mediterraneo

 

La tela della taranta, che dava titolo alla mia conferenza del 13 giugno scorso, sta un po’ a simboleggiare la fitta rete di tratti comuni rinvenibili tra le culture mediterranee (primitive e complesse; europee, africane e mediorientali) e addebitabili, in parte, all’affinità delle condizioni climatiche ed ambientali, in parte alla frequenza dei contatti e degli scambi, degli incontri e degli scontri intercorsi in epoche più e meno remote. Di questa rete l’Italia – non foss’altro che per ragioni di ordine geografico – è sempre stata il centro; e, dell’Italia, l’avamposto più estremo è il Salento, una penisola nella penisola, un vero e proprio molo proteso nel Mediterraneo, con due distinte possibilità d’attracco: a Sud, in direzione dell’Africa, e ad Est, verso i Balcani e il Vicino Oriente. Questa esposizione geografica ha fatto del Salento la prima e la principale terra d’approdo, di passaggio o di conquista per i popoli provenienti – via mare – da questa o da quell’altra sponda del Mediterraneo: i messapi, i greci, i cartaginesi, gli arabi, i bizantini, i normanni, gli svevi, i turchi, gli spagnoli… Il risultato è stato un vero melting pot, un crogiuolo di etnìe e di culture di cui ancora oggi – a Taranto come a Lecce, sul versante jonico come su quello adriatico – è possibile rinvenire tracce evidenti nell’architettura, nell’onomastica, nella lingua, nelle tradizioni. Di tutte queste tracce, forse la più significativa, sicuramente la più singolare è rappresentata dal Tarantismo.

Cos’è il tarantismo? Oggi è praticamente estinto, ma per secoli, le credenze popolari così come gli studi scientifici l’hanno considerato una forma di latrodectismo, ovvero una sindrome neuro-tossica indotta dal morso di un ragno e capace di provocare nel colpito tutta una serie di spiacevoli conseguenze, sia fisiche che psichiche (indebolimento della vista e dell’udito, inappetenza, febbri altissime, dolori osteo-articolari, atrofia muscolare, depressione e angoscia, allucinazioni e convulsioni). Tale patologia insorgeva esclusivamente d’estate, assumeva spesso carattere di epidemia ed era soggetta a recidive annuali; ma il suo tratto più caratteristico era che – da essa – ci si poteva curare solo a suon di musica e a passo di danza, con l’eventuale ausilio di qualche terapia palliativa come la vicinanza di acqua e vegetazione (che, nelle afose estati salentine – ve lo assicuro – non può che essere di conforto, comunque e per chiunque), la vista confortante di particolari colori, graditi al gusto o conformi al carattere del malato (per esempio il rosso per i temperamenti focosi e ardenti), la presenza di una fune alla quale appendersi per lasciarsi dondolare su e giù, avanti e indietro, nel vuoto, come su di un’altalena, o, infine, la disponibilità di una spada da impugnare per simulare un combattimento (dando così sfogo a qualche conflitto interiore irrisolto).

Perché la terapia avesse effetto occorreva però che uno o più strumentisti – esperti del ramo – sottoponessero al malato il loro repertorio di tarantelle medicinali per poter individuare quella conforme alla tarantola e al veleno responsabili della malattia: che fosse quella ‘giusta’ lo si sarebbe capito dal fatto che, tra le tante, era la sola in grado di scuotere il tarantato dal suo stato di torpore vegetativo e di indurlo irresistibilmente alla danza. A quel punto non restava che suonare e ballare per ore ed ore, per giorni e giorni, fino alla remissione temporanea del male o alla sua guarigione definitiva.

In realtà la tarantola non esiste: è un animale di fantasia sul cui morso la tradizione popolare ha scaricato e proiettato un problema oggettivo. Sull’effettiva natura di tale ‘problema’ i pareri accademici si dividono: c’è chi lo considera un disagio psichico di tipo isterico che colpisce soggetti di basso livello sociale, culturale e intellettivo, di facile suggestionabilità; c’e chi lo ritiene un problema medico, scatenato da un colpo di calore; c’è chi lo considera, da un punto di vista etnologico e antropologico, alla stregua di una vera e propria forma di possessione, vissuta in uno stato di trance rituale.

A tutta prima il tarantismo salentino sembrerebbe una di quelle ‘patologie’ circoscritte ad un preciso ambito territoriale e culturale che gli antropologi chiamano ‘Culture-Bound Syndromes. Eppure, a dispetto dell’aggettivo ‘pugliese’ o ‘salentino’ dal quale il tarantismo è sistematicamente accompagnato (e per carità – nulla togliendo alla specificità del fenomeno) esso presenta  analogie a volte sorprendenti con una estrema varietà di rituali rinvenibili fino a ieri o ancora oggi nell’intero bacino del Mediterraneo.

 

Per il passato, gli antecedenti più antichi del tarantismo e della sua terapia musical-ballerina si rinvengono nella Grecia antica […] la cui cultura avrebbe raggiunto la Puglia in almeno due occasioni: una prima volta tra IX e VIII secolo, al tempo della colonizzazione greca delle coste e delle isole dell’Italia Meridionale, e poi ancora con la conquista romana del 146. Gli scavi di Pompei e il Museo archeologico di Taranto sono pieni di reperti iconografici raffiguranti Coribanti, Menadi e Satiri danzanti con posture che presagiscono più o meno lontanamente le posture della tarantella. Del resto, per secoli e secoli, un po’ tutti gli illustri e colti viaggiatori stranieri che – come Schellinks e Goethe – passando per la Puglia, hanno assistito al rituale del tarantismo, lo hanno sempre collegato con il menadismo e il dionisismo di ascendenza ellenica.

Il tarantismo, tuttavia, non vanta solo ascendenti e antenati illustri, ma intrattiene anche rapporti per così dire – di parentela più e meno stretta, con tradizioni etniche e folkloriche di questa o quella sponda del Mediterraneo. Tra le tante, quelle più significative si rinvengono in Sardegna […] ed in Spagna […].   ”

 

A presto con la seconda puntata ma, intanto, ecco la foto del libro della Dottoressa Rota, per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento:

fig. 1 (copertina libro)

 

 


Cinzia Merletti

Cinzia Merletti è musicista, didatta, saggista. Diplomata in pianoforte, laureata in DAMS, specializzata in Didattica e con un Master in Formazione musicale e dimensioni del contemporaneo. Ha scritto e pubblicato saggi sulla musica nella cultura arabo-islamica e mediterranea, anche con CD allegato, e sulla modalità. Saggi e articoli sono presenti anche su Musicheria.net. Ha all'attivo importanti collaborazioni con musicisti prestigiosi, Associazioni culturali e ONG, enti nazionali e comunali, Conservatorio di Santa Cecilia, per la realizzazione di eventi artistici, progetti formativi ed interculturali tuttora in corso.

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