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La pace in Afghanistan… Un parto difficile

Secondo gli osservatori, le probabilità di successo dei negoziati di Doha sussistono. Tuttavia, nessuno può prevedere cosa sarà dell’Afghanistan nei giorni a venire. In questo frangente, e nell’eventualità che si realizzi il peggiore degli scenari, Washington ha già annunciato apertamente la sua uscita di scena dalla guerra in Afghanistan.

di Hassan Rachidi, TRT Arabi, (17/09/2020) Traduzione e sintesi di Francesca Martino

Proseguono a Doha gli storici colloqui per la pace in Afghanistan tra i rappresentanti del governo di Kabul e quelli del movimento talebano, iniziati sabato 12 settembre al cospetto di una folta presenza internazionale e regionale e in un clima di ottimismo sulla possibilità di giungere a un accordo di pace che metta fine a quasi 40 anni di guerra fratricida. Un ottimismo annunciato dal vice primo ministro qatariota, Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, che ha ribadito la necessità di un accordo di pace ‘’senza vincitori né vinti’’. Dal canto suo, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha esortato entrambe le parti ‘’a non sprecare questa opportunità epocale per instaurare la pace e mettere fine a decenni di sanguinosa guerra civile’’. Si è unito al coro il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, che ha definito questi colloqui ‘’un’opportunità concreta’’ per la pace, sottolineando il sostegno assoluto della Turchia la quale si è offerta di ospitare una sessione dei negoziati.       

Al di là delle buone intenzioni espresse nei discorsi dei rappresentanti durante la cerimonia inaugurale, tutti conoscono le divergenze di opinioni tra le parti negoziali e il bisogno di acquistare una maggiore fiducia reciproca. D’altronde, le due delegazioni non sono riuscite a stabilire un’agenda precisa dei colloqui, iniziati di fatto la sera di martedì sotto la supervisione dell’Alto Consiglio per la riconciliazione nazionale guidato da Abdullah Abdullah.

Gli osservatori temono che si sfoci in una crisi simile a quella legata allo scambio dei prigionieri concordato lo scorso febbraio, che rischiò di mandare all’aria le trattative tra il governo e i Talebani. Kabul ha atteso fino al giovedì precedente i negoziati per rilasciare l’ultimo gruppo di 400 detenuti in ottemperanza all’accordo di cui sopra. I Talebani non si sono espressi sul destino degli individui liberati ma, secondo un rapporto pubblicato sull’ultimo numero della rivista Foreign Policy, la maggior parte di loro sono entrati nelle fila dei combattenti e partecipano alle operazioni militari e politiche del movimento.

Divergenze e sfide

La delegazione talebana a Doha, composta da 20 rappresentanti di cui 13 membri del Consiglio direttivo, dà un’immagine solida e coesa del movimento.

Militarmente, i Talebani esercitano ancora un controllo locale su più della metà della superficie del Paese, il che li rende particolarmente influenti nei colloqui. Politicamente, il movimento gode oggi di una posizione negoziale più forte che mai, dopo la sua estromissione dal governo, e ancora esulta per la vittoria diplomatica rappresentata dalla firma dell’accordo con Washington lo scorso febbraio, con il quale ha ottenuto il ritiro delle truppe straniere entro l’inizio del prossimo anno.

Il governo afghano è invece in difficoltà, in seguito ai contrasti scoppiati tra il candidato alla presidenza Abdullah Abdullah e il presidente Ashraf Ghani dopo la vittoria di quest’ultimo alle elezioni tenutesi lo scorso settembre.

Il cessate il fuoco e il conflitto di priorità

Sin dalla prima sessione dei colloqui, la delegazione del governo di Kabul ha rinnovato il suo appello a un cessate il fuoco immediato e duraturo. In cambio, i Talebani chiedono però la liberazione di un nuovo, imprecisato numero di prigionieri.

Qatar e USA, i due fautori dei negoziati di Doha, concordano insieme alla comunità internazionale sulla necessità di dichiarare il cessate il fuoco immediato in tutto il Paese in quanto lo considerano un passo fondamentale per incoraggiare il dialogo di pace e garantire la sicurezza e la stabilità.

Se il governo di Kabul si mostra del tutto favorevole a questo appello, i Talebani cercano invece di farlo passare come una priorità secondaria nel cammino verso la pace, anteponendovi la formazione di un governo provvisorio e lo scioglimento di quello attuale che non riconosce la legittimità del movimento. L’attuale presidente Ashraf Ghani non sembra affatto ricettivo alla loro richiesta e anzi ha già ribadito più volte il suo rifiuto di sciogliere il governo prima della fine del suo mandato nel 2024.

I Talebani, inoltre, tergiversano sulla questione del cessate il fuoco e si appigliano ai loro principi anche per limitare le accuse di accomodamento e di rammollimento ideologico rivolte loro da gruppi terroristici rivali. Così facendo, essi inviano un chiaro messaggio a Daesh che cerca mediante una guerra mediatica di cooptare i loro membri più estremisti delusi dall’approccio ‘’pragmatico’’ del movimento.

Secondo gli esperti, i Talebani potrebbero portare per le lunghe le trattative sul cessate il fuoco poiché temono una scissione interna qualora dovessero funzionare i tentativi di altre organizzazioni terroristiche, Daesh in primis, di creare un blocco anti-talebano e quindi di cacciarli dalla ‘’casa jihadista’’ in Afghanistan.

A Doha, dunque, i Talebani conducono i negoziati destreggiandosi tra i calcoli dei loro avversari jihadisti e il desiderio della comunità internazionale di giungere a un accordo di pace, senza tuttavia cedere su ciò che definiscono dei punti fermi.

Lo scioglimento dell’esercito… un ostacolo ai negoziati

I Talebani chiedono al governo lo scioglimento dell’esercito o la riduzione del suo effettivo (attualmente di 162 mila soldati, secondo i dati del 2019). Nel loro mirino ci sono le forze speciali composte da 21 mila commandos, delle unità addestrate dalle forze della coalizione internazionale che sono riuscite finora a contenere gli attacchi dei gruppi estremisti contro i simboli dello Stato. Come alibi, i Talebani adducono il fatto che l’Afghanistan non è più minacciato dai Paesi vicini, soprattutto dopo l’avvicinamento con il Pakistan e l’Iran. Il governo di Kabul rimane scettico dinanzi a questa richiesta che rifiuta in toto.

Tra gli scenari che più preoccupano al momento il governo vi è la riduzione degli aiuti internazionali in caso di raggiungimento di un accordo. Di questo timore tratta il rapporto americano di marzo 2019 firmato da John Sopko – ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan – secondo il quale, la maggioranza dei 300 mila uomini delle forze di sicurezza afghane sono armati. Di conseguenza, l’eventuale blocco dei loro stipendi in seguito al taglio degli aiuti economici può rappresentare una grave minaccia per la stabilità del Paese. Secondo lo stesso rapporto, dalla deposizione del regime talebano nel 2001, Washington ha speso più di 780 miliardi di dollari in aiuti all’Afghanistan, di cui 83 miliardi sono serviti a pagare gli stipendi, l’addestramento e il materiale delle forze di sicurezza.

La natura del sistema politico… il ritorno all’emirato

Un altro punto di divergenza che potrebbe emergere durante questi negoziati riguarda la forma e la natura del sistema politico. I leader talebani non hanno smesso di insistere, durante i colloqui, su un sistema ‘’islamico’’. Detto altrimenti, essi puntano sulla rinascita dell’emirato islamicocome programma politico per governare l’Afghanistan secondo i dettami della sharia. Ciò inasprisce le divergenze tra il movimento e il governo che si adopera per instaurare un sistema democratico e una repubblica costituzionale appoggiata dall’Occidente.

Queste posizioni accentuano il divario tra le parti negoziali circa la natura del regime e sarà difficile convincere i Talebani ad abbandonare la loro dottrina in quanto movimento islamico sunnita hanafita, nonostante alcune rinunce fatte negli ultimi anni come l’abbandono della tendenza nazionalista estremista e l’apertura ad altre minoranze.

Gli stessi Talebani riconoscono alcuni cambiamenti avvenuti nel loro metodo, dettati dal desiderio di rompere con lo stereotipo che la comunità internazionale ha impresso sul movimento all’epoca in cui ha governato il Paese dal 1996 al 2001. Tra questi cambiamenti, il diritto di istruzione concesso alle donne secondo la legge islamica. Agli occhi dell’Occidente, si tratta tuttavia di rinunce inconsistenti, che necessitano maggiore chiarezza e volontà, soprattutto per quanto riguarda l’attribuzione dei diritti fondamentali alle donne e il riconoscimento dei diritti delle minoranze.

Washington nutre grandi speranze circa l’esito dei colloqui per la pace in Afghanistan, che l’amministrazione Trump cerca di strumentalizzare al massimo nella battaglia elettorale.

Tuttavia, negli ambienti americani si esclude la possibilità di ottenere risultati concreti nel breve periodo e, secondo l’esperta di questioni afghane presso la Brookings Institution, Vanda Felbab-Brown, “i negoziati saranno lunghi e faticosi e potrebbero durare anni, intercalati da interruzioni anche di diversi mesi e una possibile ripresa delle ostilità’’.

Sul piano militare, Washington punta sull’allontanamento dei Talebani dall’ambiente jihadista continuando a rispettare il suo impegno dichiarato a non sostenere in alcun modo quello che resta di Al-Qaeda né tantomeno Daesh presente nella zona orientale del Paese ai confini con il Pakistan.

Secondo gli osservatori, le probabilità di successo dei negoziati di Doha sussistono. Tuttavia, nessuno può prevedere cosa sarà dell’Afghanistan nei giorni a venire. In questo frangente, e nell’eventualità che si realizzi il peggiore degli scenari, Washington ha già annunciato apertamente la sua uscita di scena dalla guerra in Afghanistan. Gli USA hanno anzi dichiarato che d’ora in poi il futuro dell’Afghanistan è nelle mani degli afghani e che qualora l’operazione di pace fallisse e scoppiasse una guerra civile, la responsabilità è del popolo afghano!

Hassan Rachidi è un giornalista marocchino residente a Doha

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