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Il mio Iran. Intervista alla scrittrice Fariba Hachtroudi

(@Foto di Laurent Peters)

Intervista di Katia Cerratti

Un lungo viaggio sul dorso di un cammello, verso un Paese che voleva cambiare a tutti i costi. Era la fine del 1985 e Fariba Hachtroudi, giornalista, scrittrice,  inviata di guerra per i media europei e americani, trasferitasi in Francia da adolescente, non si rassegnava, non accettava che il suo popolo potesse rinunciare ai valori della libertà, dei diritti umani, della presa di coscienza, non poteva accettare che il suo popolo fosse per Khomeini. Nata a Teheran nel 1951 dal matematico  Mohsen Hactroudi, più volte vicino al Nobel, e da Robab Hachtroudi, insegnante di  Studi umanistici e letteratura persiana, nipote dell’ayatollah Sheikh Ismail Hashtroodi che tanto si era battuto per una Costituzione parlamentare e per l’emancipazione delle donne, Fariba, cresciuta secondo i valori dell’illuminismo, con una educazione familiare che l’aveva fortemente forgiata verso l’aspirazione alla libertà, all’uguaglianza tra uomini e donne e al rispetto dei diritti umani, decide così di intraprendere un viaggio in Iran clandestinamente, attraversando il Belucistan,  per investigare sulle conseguenze della Rivoluzione e della guerra Iran-Iraq sul suo paese. Ciò che vede è scioccante: non è il suo Iran, o meglio, vorrebbe che non lo fosse, ma purtroppo lo è. Il terrore e l’odio verso quanto aveva visto, la portano a reagire attraverso la scrittura. Doveva denunciare e lo fa con il suo primo libro The Exilée (1991, ristampato nel 2009 con il titolo Khomeyni Express), raccontando le impressioni di quel rocambolesco viaggio. Nel 1995, Fariba fonda l’organizzazione umanitaria e culturale Mohsen Hachtroudi (MoHa), un’associazione che si occupa di istruzione e laicità nel quadro dei diritti delle donne e della democrazia. Nel 2001 riceve il Gran Premio dei Diritti dell’Uomo della Repubblica Francese per il suo primo romanzo, Iran, les rives du sang. Entra inoltre a far parte dell’opposizione iraniana, nel Consiglio nazionale della Resistenza, che però abbandona, delusa, nel 2002. L’unica arma che le resta è la penna, uno strumento da cui nasceranno altri reportage di denuncia come Les femmes iraniennes25 ans d’inquisition islamiste (2004), À mon retour d’Iran (2008) e un saggio dal titolo Ali Khamenei ou les larmes de Dieu (2012). Il suo ultimo romanzo L’uomo che schioccava le dita (2016), affronta il tema della tortura e dell’amore, temi molto cari alla scrittrice. Definito dalla critica un “romanzo delle idee”,  è ambientato nel carcere di una repubblica teologica e evoca inevitabilmente l’immagine del carcere di Evin, in Iran, salito più volte agli onori della cronaca per episodi di tortura. Ma Fariba non fa nomi di città, né di persone, perché racconta storie universali, che fanno parte del mondo. Di tutto questo ci parla in questa lunga intervista, frutto di una giornata trascorsa insieme qualche tempo fa, in occasione di un viaggio in Italia per raccontare il suo Iran, attraverso “TheRiver of life, la geografia delle emozioni”, un progetto di Marco Bertagni, documentarista e geografo, iniziato a dicembre 2018 ma realizzato concretamente con un viaggio in Iran nell’aprile scorso, durante il quale Fariba e Bertagni, partendo dallo splendore dell’antica Persia, hanno trasformato le emozioni suscitate da quei luoghi in un viaggio filosofico per scoprire sé stessi.

Qual è secondo lei, l’idea che l’Occidente ha dell’Iran? Si basa su stereotipi non rispondenti a realtà?

Primo, penso che mischino il governo e il popolo, secondo, non sanno cosa accade esattamente in questo governo perché l’idea generale, grosso modo, da molti anni è che ci siano i più rigidi e i riformatori ma non vedono la specificità di ognuno, non comprendono come funziona questo governo e soprattutto non capiscono il rapporto di forza tra la società civile e il governo. Ciò significa che non danno assolutamente peso a questa società civile e soprattutto non danno più peso a quella piccola parte di persone in seno al governo, sia tra i conservatori che tra i riformisti. Capisco che sia complicato capire questo ma bisogna farlo, nemmeno i giornalisti fanno il loro lavoro come dovrebbero. Bisogna far capire dove è esattamente chi tenta di fare veramente qualcosa in questo Paese affinché non faccia la fine della Siria, del’Iraq, dell’Afghanistan.

In Iran ci sono donne forti che lottano per i diritti ma subiscono la repressione, mentre dall’estero è più facile alzare la voce. Come può la comunità internazionale proteggere e aiutare queste donne?

La comunità internazionale non può che denunciare la repressione in Iran,  ovviamente deve farlo, ma deve anche conoscere esattamente cosa accade in Iran.  Devono venire in Iran, io ho chiesto più volte a dei deputati europei di venire in Iran e alzare lì la voce. Perché se fate sanzioni in seno all’Unione europea ciò sarà estremamente mal percepito. Come pretendete che gli iraniani lo percepiscano quando dall’altro lato non c’è una voce che si alzi contro l’Arabia Saudita, o molto poco, una voce che si alzi contro le esazioni nei paesi del Golfo soprattutto, perché io conosco molto bene gli Emirati e, quando si va lì, pur essendo stranieri, anche se tutto sembra un paradiso con le sue spiagge, è cento volte peggio dell’Iran sul sistema di sicurezza. Un turista che viene arrestato in Arabia Saudita, per qualsiasi motivo, rischia di restarci a lungo mentre un turista che si occupa di politica viene in Iran e se ne va. Quindi è estremamente mal percepito dalla popolazione iraniana questo usare due pesi e due misure. Non si può dare il pulpito dei diritti dell’uomo a un signore dell’Arabia Saudita quando essa stessa rappresenta un caso. Dunque, gli Iraniani lo sanno. C’è un sentimento terribilmente acuto sull’ipocrisia occidentale quando si parla dei diritti dell’uomo. Gli Iraniani non ci credono. Io sono la prima a rischiare, ogni giorno rischio in Iran perché non metto il velo, tolgo il velo, dico quello che penso, faccio ciò che ritengo giusto fare, ma se Macron, Theresa May,  e tutti gli altri ci dicessero ‘vogliamo venire  a salvarvi’, io direi ‘No! Fate il vostro dovere ma non venite per cercare di salvarci. Siamo noi iraniani che viviamo in Iran che dobbiamo vincere, siamo noi che viviamo qui a dover alzare la voce e esigere i diritti dell’uomo in Iran e pagare un prezzo. Io non voglio, in quanto iraniana, l’interferenza straniera assolutamente. Cosa bisogna fare dunque? Venire in Iran e dare un’immagine esatta di ciò che accade in questo paese perché, sono desolata, c’è effettivamente la violazione dei diritti dell’uomo ma allo stesso tempo ci sono enormemente degli spazi di libertà dove le donne e gli uomini hanno la possibilità di fare delle cose, certo, con dei rischi, lontano dal dire che sia un paese di diritti, ma, effettivamente il problema peggiore è assolutamente quello giudiziario, il peso giudiziario in Iran è terrificante, con delle leggi che devono cambiare, con gente corrotta, è una lotta quotidiana tra avvocati, società civile, in parlamento, ma ci sono anche dei parlamentari che sono formidabili, bisogna dirlo! Qualche mese fa, c’è stata una donna in parlamento che fatto un discorso notevole! Perché non dire ciò che accade veramente in Iran, in seno a questo governo? Se ci fosse un’opposizione degna di questo nome, io direi no a tutto questo, ma tant’è che non c’è, l’opposizione è al soldo delle potenze straniere e se parlo è perché sono a conoscenza delle cose, all’opposizione sono tutti dei mercenari dell’estero, o molto poco indipendenti, o meglio, non voglio dire che siano tutti mercenari ma coloro che sono indipendenti non lo sono veramente del tutto. In questo momento la lotta è all’interno, anche se l’opposizione deve venire dall’interno dell’Iran.  All’estero io sono stata all’opposizione radicale per 15 anni, ciò non serve a niente se non a perdere il mio tempo, la mia vita e la mia energia.

Già, perché l’Occidente ha l’ossessione di “esportare la democrazia” ma c’è democrazia in Occidente?

Non più, soprattutto in questo momento in cui i fascisti sono dappertutto in occidente. Si cerca tanto di scuotere gli iraniani, si parla di corruzione e la corruzione è dappertutto, si parla di mancanza libertà di stampa e l’America è la prima, si parla di deriva totalitaria e ciò che fa Trump? E si parla di esportazione della rivoluzione iraniana, per il momento non c’è esportazione, c’è difesa, gli iraniani si difendono, gli altri fanno l’esportazione delle guerre che circondano l’Iran vendendo miliardi di dollari di armi, c’è uno spot americano, durante tutti i 12 minuti c’è una bomba americana che cade da qualche parte…

E Trump ha dichiarato che non vuole fermare la vendita delle armi all’Arabia Saudita dopo l’affaire Khashoggi,…

Esattamente, quindi gli iraniani non credono più alla volontà delle politiche europee, per contro, è necessario il dialogo tra i popoli e la popolazione europea che si difende, dovrebbe difendere gli altri popoli. Andiamo a vedere le popolazioni che non vogliono più questo sistema in cui sono i soldi che guidano il mondo, per i soldi si fa tutto, si creano guerre, carestie, e dietro c’è il trust che detiene l’economia mondiale.

A distanza di 40 anni, che cosa le è rimasto della Rivoluzione e che cosa è rimasto agli iraniani?

Per il momento vedo solo gli aspetti negativi, è abbastanza normale, abbiamo avuto enormemente dei danni e dei morti, ma l’aspirazione all’indipendenza dell’Iran è forse ciò che resta ancora, cioè gli iraniani, malgrado la dipendenza che hanno, perché vediamo come va il mercato mondiale, vogliono riconquistare la loro indipendenza, oggi non vogliono più essere nella sfera degli Stati Uniti, che li rimproverano per questo, perché se abbassano la testa Trump sarà il primo a negoziare, l’ha detto chiaramente. C’è un altro pericolo però, sono troppo dipendenti dai russi, una parte è dipendente dai cinesi e io penso che lo siano perché russi e cinesi sono meglio degli americani perché difendono anche i loro interessi, in questo momento si è veramente la cerniera della rivoluzione, perché o si va a perdere ancora di più e si è già perso molto, l’ecologia e l’ambiente sono in uno stato terrificante in Iran, la miseria guadagna terreno, c’è enorme disuguaglianza sociale, tutti questi sono gli aspetti negativi. Gli aspetti positivi sono una gioventù istruita, il paese è molto giovane, molto istruito, l’Iran ha ancora, malgrado la fuga dei cervelli, un potenziale all’interno e un potenziale enorme all’esterno, ciò vuol dire che se l’Iran arriva a sanare il suo sistema, tutti gli aspetti negativi potrebbero essere superati. L’avvenire dell’Iran può essere brillante ma siamo su una corda tesa, c’è gente che non lo comprende, ci sono interessi economici dei guardiani della rivoluzione che sono immensi, e l’economia, e la sicurezza del paese, non si può fare a meno dei guardiani perché tengono la sicurezza del paese, allo stesso tempo, se si continua in questo modo, arriverà un giorno in cui tutto ciò non sarà più accettabile. Voglio dire, se non ci sarà un minimo di accordo tra il governo e il popolo, il peggior nemico del governo diventerà il popolo iraniano. La questione non è il nemico o il pericolo, il pericolo non verrà dall’esterno, l’Iran è abbastanza forte ed è questa la contraddizione, l’unica cosa che la popolazione riconosce oggi al governo è questa sicurezza. In tutti i centri, sia tra l’opposizione che all’interno, riconoscono che per il momento, la forza dell’esercito dei guardiani della rivoluzione e la forza dei servizi di intelligence, sono i più forti che esistono sulla terra. Ma se il prezzo di questa sicurezza  deve essere la miseria generalizzata e la mancanza di libertà, c’è un momento in cui gli iraniani diranno “basta!”, anche la sicurezza  non servirà più e là potrebbe essere veramente molto pericoloso. Là veramente gli stranieri potrebbero venire e riprendere in mano la situazione  e ricominciare. Ma io sono fiduciosa, pensando che un giorno questi signori, se non altro per la loro sopravvivenza e quella del loro regime, capiranno che devono coinvolgere la popolazione.

Per il momento non vedo segni, ciò che Rouhani ha promesso e non ha fatto, in parte non ha potuto farlo e in parte doveva essere più fermo di fronte alla branca più rigida per poter fare le riforme che intende fare.

Vedo una donna molto forte, molto coraggiosa. E’ l’eredità di suo padre?

C’è un’eredità familiare di mio padre e di mio nonno che era un grande Ayatollah che si è battuto per la Costituzione, una Costituzione parlamentare, di libertà, era un ayatollah che andava nelle moschee dicendo: ‘il vostro dovere religioso è battervi per la vostra libertà’, quindi ho questa come eredità familiare ma c’è anche l’eredità della mia educazione in Francia, devo veramente l’eredità francese all’illuminismo di cui mio padre era un seguace, alla Rivoluzione francese e all’aspirazione alla libertà, e penso che mio padre sia stato veramente un femminista convinto. Ha fatto un discorso all’ambasciata francese negli anni in cui sono nata, negli Anni ‘50, dicendo: “La grande Bastiglia del ventesimo secolo e dei secoli a venire, sarà la Bastiglia che affermerà le donne nel mondo, sarà la libertà delle donne che cambierà il mondo, la presa di coscienza delle donne”. Quindi si, certamente sono fatta di tutto questo e delle mie personali aspirazioni, per i compatrioti, per coloro che non hanno avuto la fortuna di avere l’istruzione e le chances che ho avuto io e ciò è un punto centrale della mia vita, l’educazione e donare a coloro che non hanno. E ciò che vorrei fare in Iran con la Fondazione di mio padre è proprio questo, donare chanches a chi non le ha.

Che cosa pensava mentre tornava in Iran clandestinamente?

Questa è una domanda che mi faccio ancora oggi a 60 anni passati.

Ho peccato, come molti utopisti, prima di tutto contro me stessa perché non volevo accettare la realtà. E quando non si vuole accettare la realtà, è la peggiore deriva perché prendete i vostri desideri per realtà ed è per questo che sono rimasta in un’opposizione che era peggio della posizione ma prima non li conoscevo bene. Non mi sono concessa il tempo necessario per conoscerli, cioè l’ideologia e le mie idee per l’Iran mi hanno impedito di vedere la realtà. Una delle realtà era che il popolo era per  Khomeini, bene o male che sia, non potete dire ‘voglio fare il bene del popolo’ quando il popolo stesso non vuole il suo bene. Una seconda cosa è che si vuole imporre la libertà con la forza, come si dice per la democrazia, quando c’è la forza non vale più la pena, si diventa peggio dei tiranni. Quindi, la prima cosa che ho sentito durante il mio primo viaggio è stato il terrore e l’odio per quello che accadeva, un terrore e un odio talmente forte che non vedevo che il mio popolo potesse fingere. Io dicevo che il mio popolo era vittima ma allo stesso tempo che era complice. Il popolo voleva quel regime! Il popolo non mi voleva, pensava che io fossi un traditore, l’80% della popolazione era per le idee di Khomeini. Non è con lo scontro che si può arrivare a qualcosa ma con l’istruzione, la pazienza, l’amore. Quindi, ciò che ho sentito durante il mio primo viaggio è stato tanto risentimento, anche inconsapevole, fatto di “non è possibile, io rifiuto questo”, quindi mentivo a me stessa.

Quando sono tornata venti anni dopo, il mio modo di guardare le cose è completamente cambiato. Ero delusa dall’opposizione, sapevo che questa opposizione aveva mentito, il modo di volere qualcosa non era quello, come quando si tratta con un bambino per fargli capire una cosa, non è con un bastone ma donando amore. Quindi, nel mio secondo viaggio  avevo ancora un enorme dolore per le ingiustizie ma anche un enorme amore. Se si vuole fare qualcosa, bisogna guardare alla realtà per quella che è e con questa realtà vedere quello che si può fare. Quindi lo sguardo in quel viaggio era cambiato ma l’aspirazione era là, le buone intenzioni erano là, ma magari si hanno buone intenzioni ma non buone reazioni. Quindi nel mio primo viaggio ho sentito il terrore, dicevo ‘non è il mio Iran’, invece ‘sì, il tuo Iran è questo! ‘, con i suoi difetti, con le sue qualità.

Ci racconta come ha reagito quando un pasdaran l’ha fermata perché non portava il velo?

Si, ero in macchina e mi ha fermato dicendomi che non ero ben coperta e quando io l’ho guardato per protestare, mi ha detto di mettermi il foulard come andava messo altrimenti mi avrebbe tolto la patente. E’ molto diffuso tra i regimi dittatoriali il fatto che ‘si paga per gli altri’.

Nei suoi libri, c’è un filo rosso che unisce un pò tutta la sua produzione letteraria?

C’è più di un filo rosso nei miei romanzi, c’è l’esilio, c’è la condizione femminile e l’aspirazione alla libertà e alla dignità umana.

La critica parla del suo ultimo libro “L’uomo che schioccava le dita”, come di un “libro delle idee”. Quale è il messaggio principale che anima la sua produzione e che lei vuole inviare alla gioventù iraniana?

Penso all’amore, penso che sia l’altro filo conduttore dei miei libri, l’amore in generale, per gli altri, per la natura, perché in questo libro la tortura e lo stupro sono armi di guerra contro le donne, e contro gli uomini allo stesso tempo, è ispirato a quanto accaduto in Iran nel 2009, ma non ho fatto nomi perché penso che si tratti di una cosa universale, l’America ha fatto le stesse cose a Abu Ghrayb, in America del sud non ne parliamo, quindi è universale, tutti i governi si sono serviti di questo e lo fanno ancora. Alla fine del libro, effettivamente, è l’amore che salva, malgrado sia un amore massacrato, malgrado il dolore, malgrado le prove, tutti coloro che arrivano a trasformare l’odio e il risentimento in amore, sono dei vincenti. E’ proprio l’amore che salva. Voglio dire inoltre un’altra cosa che era il credo di mio padre: essere un’autorità morale significa dare l’esempio attraverso il proprio comportamento, è il vostro comportamento che può cambiare le cose, non attraverso gli slogan ma attraverso il vostro modo di vivere, dare l’esempio, bisogna arrivare a questo. Ghandi, Mandela, attraverso il loro comportamento hanno dato l’esempio. Credo che, qualunque sia il messaggio che si voglia dare alla gioventù, esso passi attraverso il vostro comportamento e non attraverso gli slogan. La scrittura è forte perché la scrittura può veramente fare molto, ma dietro questa scrittura è necessario che ci sia “l’azione”. Ci sono scrittori che scrivono cose magnifiche, hanno un’ottima tecnica di scrittura ma se si va a guardare la loro vita personale si preferirebbe non conoscerli. Non sono persone che fanno la differenza e sono lontani da quello che scrivono.

Ci sono molti artisti che pagano un prezzo altissimo per il loro lavoro, molti sono in prigione con accuse davvero discutibili. Perché il regime ha così paura di loro?

Perché tutti i governi autoritari o fascisti, hanno paura della libertà d’opinione, nel momento in cui si è liberi nella testa, si diventa un pericolo per il governo. Hanno paura della libertà, soprattutto quella di pensiero.

E in merito alla questione del velo, è una questione di libertà, d’imposizione, d’ignoranza, qual è il confine tra una società maschilista e i dettami dell’Islam. Secondo lei, il concetto di velo è un prodotto della società maschilista o dell’Islam?

Entrambe, come il cristianesimo durante l’inquisizione, perché sono per il patriarcato, sono per il maschilismo, e c’è un testo che serve loro a questo anche se questo testo dice esattamente il contrario, vanno a prendere ciò che gli interessa, dunque sono entrambe ma non posso dire che sia l’Islam perché ci sono persone che hanno una visione dell’Islam magnifica, io non sono religiosa, sono totalmente laica ma li rispetto. Faccio un esempio concreto: ho una vicina che indossa il chador ma mai è venuta da me a dirmi perché mi vesto così, è la donna più amabile e onesta che io abbia incontrato in Iran negli ultimi anni. Il suo è un Islam che dice di essere giusti con gli altri e di rispettarli. Se tutti i musulmani fossero come lei! Non è un problema d’Islam, è un problema di interessi. E’ come il capitalismo, ci sono dei capitalisti che sono molto più umani dei comunisti. Quindi, per me si tratta di una lunga tradizione del patriarcato nel mondo e nel momento in cui l’islam diviene religione di Stato, questo diventa molto pericoloso, diventa come l’inquisizione. Nel momento in cui le leggi sono imposte da questo testo, non c’è più lo spazio per la libertà. Non bisogna dimenticare che ancora oggi in Iran vige la lapidazione, la legge è là.

Video Fariba Hachtroudi France 24


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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