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Il Caesar Act: l’arma americana per dividere la Siria

Gli effetti e i danni delle sanzioni del Caesar Act non si limiteranno alla situazione economica e umanitaria. Ci sono reali preoccupazioni nazionali che questa legge diventi un’arma americana per dividere la Siria

di Suleiman Youssef Youssef, Elaph, (30/06/2020). Traduzione e sintesi di Chiara Russo

Dopo aver ottenuto ciò che voleva dalla guerra (morti, sfollati, distruzione), l’amministrazione americana ha presentato quello che ha chiamato “The Caesar Syria Civilian Protection Act“, firmato da Donald Trump il 20 dicembre 2019 ed entrato in vigore il 17 giugno per un periodo di dieci anni estendibile.

Questa legge prevede “l’imposizione di nuove e severe sanzioni ai settori di base dell’economia siriana e a tutti coloro che violano le disposizioni di questa legge – che siano essi Paesi, società, individui e istituzioni – per costringere il regime siriano a impegnarsi in un processo politico per raggiungere una soluzione politica alla crisi siriana, in conformità con la risoluzione 2254 dell’ONU”.

Che il Caesar Act venga attivato dopo il placarsi dei combattimenti in Siria e quando lo spettro della fame incombe sul paese (oltre l’82% del popolo siriano è sotto la soglia di povertà, secondo le stime delle Nazioni Unite), solleva molte domande e dubbi in merito agli obiettivi americani del Caesar Act per la “Protezione dei Civili”.

Robert Ford, ex ambasciatore americano in Siria e ricercatore presso il Middle East Institute di Washington, in un articolo pubblicato sul giornale Asharq Al-Awsat, mercoledì 24 giugno, intitolato “Il Caesar Act aumenterà le possibilità di una soluzione in Siria?”, afferma: “È strano sentire i responsabili a Washington negare che le sanzioni possano danneggiare i cittadini siriani, in un momento in cui il loro obiettivo è aumentare la spinta generale sull’economia”. Ford aggiunge: “Sfortunatamente, per quanto mi riguarda, non mi aspetto che le sanzioni del Caesar Act producano presto una soluzione, ma piuttosto credo che ciò porterà più sofferenza e disperazione tra i cittadini siriani”.

I siriani non sono sorpresi che l’amministrazione americana abbia negato che le sanzioni approvate possano causare loro danni e peggiorare la loro situazione, ma si sorprendono invece del plauso dell’opposizione siriana all’estero (la coalizione – l’Alto comitato di negoziazione) alle sanzioni americane e alla negazione della verità riconosciuta dal loro amico americano Robert Ford.

Durante una conferenza virtuale organizzata dal Middle East Institute lo scorso lunedì 22 giugno, in risposta all’attivazione delle sanzioni del Caesar Act, l’inviato americano per il dossier siriano, James Jeffrey, ha dichiarato: “Non diciamo che Assad dovrebbe andarsene, diciamo che lui e il suo governo devono cambiare il loro modus operandi. Gli Stati Uniti vogliono che la situazione in Siria torni a quello che era prima del 2011…”

Le parole di Jeffrey minano tutte le speranze e i sogni dell’opposizione siriana, che elogia il Caesar Act e vede in esso “un importante ruolo positivo nel processo di cambiamento in Siria”.

Gli effetti e i danni delle sanzioni del Caesar Act non si limiteranno alla situazione economica e umanitaria: ci sono reali preoccupazioni nazionali che questa legge diventi un’arma americana per dividere la Siria.

Alcuni potrebbero considerare queste preoccupazioni esagerate. Ma chi segue ciò che sta accadendo nei territori siriani occupati e al di fuori dell’autorità dello stato (il sistema), a partire dal cambiamento sistematico (demografico, culturale, politico, economico, educativo e sociale), si renderà conto che la divisione potrebbe diventare un fatto reale e un risultato che produrrà un prolungamento della crisi siriana per altri anni e forse per decenni, che è ciò che l’amministrazione americana vuole e intende fare approvando le sanzioni del Caesar Act.

L’amministrazione Trump sta cercando di costringere il regime siriano e i suoi alleati a fermare i combattimenti, ad impedire al regime di controllare l’intera geografia siriana e a mantenere la Siria divisa in sfere d’influenza, mettendo un veto americano che impedisca la ricostruzione del Paese; tutto questo con il pretesto che il regime rifiuta di sottomettersi alle condizioni e alle richieste americane in cambio della revoca delle sanzioni contro la Siria.

L’amministrazione americana è ben consapevole che il regime, i suoi alleati e sostenitori non staranno alle sue condizioni e si rende conto che con il prolungamento della crisi siriana, le aree occupate e quelle al di fuori dell’autorità dello stato siriano diventeranno cantoni diversi dall’identità nazionale siriana e si indebolirà il loro rapporto con il centro, Damasco, per essere poi separate o annesse dalla potenza occupante (la Turchia). La Turchia ottomana, a detta di più di un responsabile, ha rivelato le sue vecchie nuove ambizioni nei territori siriani. Non è escluso che la Turchia di Erdogan avanzi la pretesa di annettere le parti che occupa nel nord della Siria.

I Curdi, da parte loro, hanno sollevato le loro richieste per il diritto all’”autodeterminazione”. I dialoghi tra le opposte forze curde, l’Unione Democratica PYD e il Consiglio curdo, svoltisi sotto l’egida franco-americana, si sono conclusi con la redazione di un documento d’intesa, in cui è stato riconosciuto che “La Siria è uno stato unificato per tutti i suoi abitanti e ai Curdi vengono riconosciuti tutti i loro diritti, incluso quello all’autodeterminazione”.

Fin dal primo giorno, l’opposizione ha affrontato la crisi nazionale con la mentalità della vendetta e della punizione contro il criminale, lasciando affogare il paese nel sangue della sua gente.

L’opposizione vuole rovesciare il governo di Assad ad ogni costo, anche se il prezzo dovesse essere la caduta e la disintegrazione dello stato siriano, la perdita della patria e la morte del popolo siriano.

Suleiman Youssef Youssef  è un attivista, giornalista e ricercatore di origine siriana, interessato alle questioni che riguardano le minoranze.

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