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Essere musulmana e musulmanamente libera di sposare un uomo non musulmano

di Minoo Mirshahvalad

Nell’arco di secoli il diritto islamico ha subito varie evoluzioni. Tante questioni concernenti il
commercio, il rapporto internazionale, la guerra e il rapporto con le autorità religiose sono
cambiate, ma le questioni inerenti ai diritti moderni della donna e della famiglia stentano a evolversi
e a volte addirittura regrediscono. E’ molto noto che la famiglia è il nocciolo duro della tradizione
islamica che respinge con veemenza i forieri di qualsiasi evoluzione a questo suo punto nodale.
Tale resistenza è nota anche alle autorità politiche di un paese come Italia che oramai da più di
due decadi ospita gli immigrati musulmani e i convertiti italiani. E’ proprio per questa sensibilità
della questione femminile che i tentativi per normalizzare il rapporto con i musulmani in Italia
tendono a sorvolare sulla questione femminile. Per esempio, nel testo del Patto per un islam
italiano, che per ora rimane l’ultimo tentativo significativo del Ministro dell’Interno per migliorare il
rapporto dello Stato con le comunità islamiche, ci sono capitoli sull’autorità religiosa, sui luoghi di
culto e sull’apertura verso i non-musulmani, ma nemmeno un cenno ai diritti moderni della donna
che è la questione più spinosa dell’Islam odierno. Come se si fosse intuito la sensibilità della
questione e se ci si fosse autocensurato.


Tra i modi di vedere le realtà di genere, che a volte alle donne musulmane costano la loro vita, vi è
anche il rapporto con altre fedi e il matrimonio interreligioso. Questo istituto è tutt’altro che una
questione frivola e trascurabile. La tradizione islamica generalmente parlando (salvo alcuni giuristi
sciiti) accetta il matrimonio dell’uomo con la donna “del libro” ovvero i cristiani e gli ebrei, mentre
palesemente proibisce tale matrimonio per la donna. Questa mancanza di reciprocità è stata
giustificata in base ai versetti coranici: 2:221- 60:10- 5:5- 4: 141 e alcuni Hadith del Profeta (e nel
caso degli sciiti, anche i Hadith degli imam infallibili). Per esempio si narra che il Profeta sposò una
donna cristiana (Maria, l’egiziana copta) e una ebrea (Safiyya). Questo atto del Profeta è stato
compreso come il consenso esclusivamente concesso all’uomo di sposare donne non musulmane.


Tuttavia, il Corano in realtà non ha un chiaro decreto sul divieto del matrimonio della donna
musulmana con i cristiani ed ebrei, ma parla dei miscredenti (kuffar) e associatori (mushrik).
Ciononostante, il divieto esiste nel codice di famiglia dei paesi a maggioranza islamici e pare sia
stato imposto a partire dal 13 secolo. Siffatto divieto è un chiaro diniego della libertà di scelta della
donna musulmana che ha avuto conseguenze drammatiche per innumerevoli donne, non solo nei
paesi di origine ma anche nei contesti multi-confessionali come l’odierno Occidente. 
Nei paesi come Iran, Pakistan, Kuwait, Algeria e Siria la scelta della donna è limitata e sorvegliata
non solo dalla famiglia ma anche dagli organi dello Stato di appartenenza. Questa sorveglianza
accompagna la donna musulmana anche in Occidente. Addirittura la donna non musulman che abbraccia l’Islam è tenuta ad abbandonare il marito non musulmano. In Occidente, le preoccupazioni per tale matrimonio tendono a limitare il rapporto della donna con la società circostante e a volte provocano casi di femminicidio.

Duqnue, vediamo quali sono le convinzioni che stanno alla radice di questo divieto. In base al versetto
coranico 4:141, i giuristi musulmani credono che qualsiasi atto che provochi il dominio dei non musulmani
sui musulmani andrebbe ostacolato. Quindi si potrebbe presumere che l’odierno legislatore musulmano che
preclude alla donna musulmana di entrare nel matrimonio interreligioso sia partito da cinque impliciti
presupposti:
1.      Siamo ancora nell’epoca delle crociate in cui la nazione e la religione sono la medesima entità.
2.      Esiste una supremazia dei musulmani prevista dal piano divino che andrebbe salvaguardata.
3.      La donna è la porta aperta della cittadella che potrebbe far penetrare la fitna (caos) nella
comunità.
4.      I popoli del libro sono miscredenti o politeisti.
5.      La donna non è autonoma nel pensiero e le sue idee sono facilmente malleabili tramite il marito.

Ora vediamo quale di queste cinque premesse sono ancora in vigore.
1.      C’è da chiedersi se tra gli Stati che attualmente trainano l’aggettivo islamico ci sia qualcuno
disposto a condividere i propri beni (miniere, petrolio, oro, ecc) con un altro Stato fratellosamente
islamico, solo perché ambedue appartengono (almeno apparentemente) alla stessa fede religiosa.
Quale tra questi Stati oggi sarebbe disposto a perdere le opportunità di condividere i beni con gli
Stati laici o non musulmani per avanzare la guerra contro un altro Stato islamico?
2.      Davvero i musulmani continuano a credere di essere il popolo prescelto di Dio per i quali esiste
un piano provvidenziale che li protegge dai complotti dei non musulmani? Non sarebbe stato quindi
più saggio in tali condizioni se loro avrebbe evitato l’immigrazione nei contesti dove non governa
l’Islam e quindi non c’era nemmeno il timore di perdere le donne musulmane?
3.      La visione antropologica della donna come portatrice della fitna potrebbe essere basata su uno di
questi due preconcetti: a) la donna concede l’ingresso del male nella cittadella perché è incapace di
discernere il bene dal male, b) la donna è consapevole di essere portatrice del male ma lo fa entrare
comunque nella cittadella perché è intrisa di una certa malvagità. Quale delle due caratteristiche la
dobbiamo oggi attribuire alla donna musulmana?
4.      Quale dei versetti coranici summenzionati parla dei cristiani ed ebrei? Inoltre, anche se i cristiani
sono veramente associatori e politeisti e se in base al versetto 2:221 si pensa che il matrimonio con le donne del Libro sia proibito, perché l’attuale diritto islamico concede tale matrimonio all’uomo ma
non alla donna? Dunque, vogliamo credere che il diritto islamico si sia evoluto solo per facilitare la
vita dell’uomo?
5.      E’ molto comprensibile che nel medioevo la donna sia stata educabile dall’uomo e che lei abbia
assecondato le decisioni del marito che la manteneva economicamente. Tanto è vero che nel versetto
4:34 si richiede palesamente all’uomo di educare la moglie. Ma oggi con le donne capofamiglia
vogliamo continuare a dubitare dell’indipendenza della donna? Inoltre, la donna che ha avuto il
coraggio e la fiducia nel suo pensiero di abbracciare una nuova fede ovvero l’Islam deve
abbandonare il marito perché si tema che venga influenzata dal marito? In base a quali requisiti
dell’uomo si pensa che costui sia idoneo ad educare la moglie?
 
Oggi è l’8 marzo e come tutti gli anni in questa data mi domando quando sarà la fine della deumanizzazione
della donna musulmana e della sua reificazione sessuale? Perché per un’appartenenza religiosa e a volte
anche politica (come nel caso dell’Iran) una donna deve continuare a sentirsi umiliata anche dopo la sua
immigrazione in uno Stato laico solo perché è cittadina di un paese islamico?
Ci sono milioni di donne musulmane in tutto il mondo che si mantengono da sole e vivono con dignità ma
continuano ad essere umiliate da leggi e visioni degradanti della donna che non corrispondono per niente alle
realtà dei fatti. La donna non è un componente della sfera privata del marito e se uno Stato seppur laico,
come quello italiano, vorrebbe entrare in dialogo con le comunità  islamiche dovrebbe interessarsi anche
della donna e dei suoi diritti moderni lungamente negati.

Redazione

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