Immigrazione Iraq Zoom

Da immigrata arabo-canadese, sono ancora in cerca di una casa

Di Aya al-Hakim. Your Middle East (18/10/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

In copertina, la foto di una donna irachena, Baan al-Hakim, scattata dall’autrice dell’articolo

La nostra lingua madre è quello che ci si connette a un’unita futura e ad una perduta.

Sono passati cinque anni da quando sono arrivata in Canada. Nell’arco di questi cinque anni il mio arabo è diventato esclusivamente la lingua della famiglia. Di tanto in tanto l’ho parlato con altri arabi, ma l’inglese ha dominato. Raramente ho scritto in arabo e ci ho pensato su molto. Ero troppo occupata a cercare di perfezionare le mie abilità nella produzione scritta in lingua inglese. Il mio obiettivo era semplice: essere parte di un luogo.

La mia identità culturale araba era data per scontata. Proprio come i canadesi danno per scontati i valori della libertà e dell’uguaglianza per tutti. Ma c’è sempre il rischio che entrambe queste cose vadano in crisi. I diritti, le libertà e le leggi che il Canada offre e garantisce creano una nazione che abbraccia, non solo la diversità delle culture, ma anche diverse passioni, pensieri e tradizioni, senza che aleggi la paura. Ho capito che ero un’araba privilegiata che non condivideva le stesse paure o preoccupazioni delle persone che vivono in Medio Oriente. Con ciò ho iniziato a mettere in discussione la mia identità araba. Cosa significa essere un arabo che vive in Occidente? Posso essere parte di due mondi, e in che misura?

Attraversare una crisi di identità si traduce in un continuo porsi domande. È il processo di riflettere sui pezzi frantumati della memoria, un linguaggio abbandonato e la comprensione dei propri antenati. All’università ho imparato un sacco sul pensiero, sulla storia e sull’arte europea e nordamericana. Tutto ciò che è stato etichettato come “indigeno” o “orientale” era percepito come una piccola sezione di una narrazione più grande, prevalentemente occidentale e bianca. Così ho iniziato a chiedermi come mai la mia eredità con la sua vasta letteratura e i suoi costumi era assente nel sistema educativo. Allora, ho letto tutto quello che potevo per colmare la lacuna.

È importante non cadere in uno stato di autocommiserazione e di impotenza. Come afferma un proverbio arabo “Coloro le cui mani sono nel fuoco, sono diversi da quelli le cui mani sono nell’acqua”. Il proverbio  suggerisce che la realtà di qualcuno che sta vivendo una lotta è molto diversa da quella di chi non lo è. Ma che differenza dovrebbe essere affrontata e discussa e non alimentare una crescente frustrazione o confusione.

Sono un’araba (irachena) – canadese. La mia identità è costituita da mondi così enormi che è facile perdersi in essi. Mi sono resa conto che non potevo diventare una “creatrice” in questo mondo senza reclamare lo spirito delle mie radici.

Da immigrato si cerca di far parte di un nuovo posto. Ma quale posto? Non c’è posto. Non c’è posto in un Paese, che utilizza i valori di libertà e giustizia per promettere alle persone che possono fare ed essere qualunque cosa che li renda felici, ma non investe con la stessa energia sull’importanza di perseguire le cause alla radice delle lotte della gente, per paura che darebbe vita ad una comunità di carattere distintivo che devierebbe dalla terreno avvelenato del “siamo tutti uguali” che spesso si traduce nel sottovalutare o chiudere un occhio sui molti colori della diversità.

Per creare un luogo di appartenenza che abbraccia le proprie radici, serve una guarigione del sé. Mi ha sorpreso scoprire che mi sentivo insicura nell’esprimere la mia cultura e le mie credenze. Un’insicurezza che alcuni potrebbero condividere, che deriva dal vedere l’”altro” come qualcosa di meno – una minaccia – e interiorizzarla.

Nel rivendicare la mia identità culturale è sbocciato il desiderio di conoscere le lotte delle altre persone. Una rinnovata resistenza spirituale e la sete di conoscenza ha fatto nascere in me la necessità di connettermi con gli altri.

Più mi avvicinavo alle mie radici, più sentivo il bisogni di parlare e scrivere nella mia lingua madre. Poi, un giorno mi ha colpito che l’arabo è la lingua del Corano. Una lingua sacra che porta lo spirito di una ricca civiltà islamica che non solo abbraccia gli arabi, ma anche altri gruppi etnici.

Cercare il dialogo con gli altri, altri che stanno a loro volta cercando un luogo di appartenenza. Questa è la vittoria.

Aya al-Hakim è una scrittrice, poetessa e studentessa di giornalismo iracheno-canadese. Ha vissuto ad Amman e ha sviluppato una passione per le questioni sociali e i diritti delle donne.

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Ilaria Antoniello

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