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Afghanistan, la posta in gioco dei negoziati di pace tra talebani e Stati Uniti

di Noura Doukhi e Julia Ponte L’Orient-Le Jour  (01/07/2019) Traduzione e sintesi di Katia Cerratti

Washington vuole ritirarsi ma gli insorti non danno alcuna garanzia reale per il futuro.

Nuovi colloqui a Doha, nuovi attacchi alle forze afghane nella provincia di Baglan: quanto accaduto lo scorso fine settimana, sottolinea la difficoltà a cui deve far fronte l’amministrazione americana nei negoziati con i talebani affinché si arrivi a un trattato di pace.

I talebani infatti, hanno accettato di avviare negoziati con Washington ma allo stesso tempo continuano la loro offensiva sul campo uccidendo, questo fine settimana, 25 miliziani filo-regime e compromettendo dunque il piano statunitense di ritirarsi dall’Afghanistan senza spianare la strada a un’ulteriore destabilizzazione del paese. Il  Segretario di Stato americano Mike Pompeo, in visita martedì a Kabul, ha dichiarato che spera in un accordo di pace con i talebani “prima del 1° settembre” e il leader dei talebani, Hibatullah Akhundzada ha affermato che le porte del dialogo e del negoziato rimangono aperte.

Il nuovo ciclo di colloqui di pace riguarderà il calendario dei ritiri delle truppe USA in cambio della promessa dei talebani secondo cui l’Afghanistan cesserà di fungere da rifugio per i gruppi jihadisti internazionali. Lo scorso gennaio, è stato delineato un accordo tra i talebani e gli Stati Uniti su questi due punti. Gli Stati Uniti vogliono andare oltre. Esigono un cessate il fuoco tra i talebani e le forze afghane e un negoziato inter-afgano tra i talebani e il governo di Kabul. Ma per i talebani queste ultime due condizioni non sono all’ordine del giorno.

“I talebani ribadiscono che nulla può essere negoziato fino a quando non verrà risolto il programma di ritiro degli Stati Uniti”, ha detto a L’Orient-Le Jour  Jean-Luc Racine, specialista in Afghanistan presso l’École des Hautes Etudes en Sciences Sociale (Ehess). Dal 2001, il gruppo di insurrezione ha fatto della partenza delle forze straniere il suo obiettivo principale. Circa 14.000 soldati americani sono attualmente mobilitati in Afghanistan. Lo scorso dicembre, il Pentagono ha annunciato di voler ridurre questo contingente alla metà dopo le elezioni presidenziali afghane, inizialmente previste ad aprile ma poi posticipate a settembre.

I talebani, da parte loro, sembrano utilizzare i negoziati come tattica, con almeno due obiettivi. Il primo, emarginare un po’ di più Kabul, mettere da parte le trattative. “I talebani si rifiutano di parlare con il governo di Kabul, che ritengono una marionetta degli Americani”, dice Jean-Luc Racine. Il secondo, preparare il dopo, in altre parole il momento in cui gli americani non potranno più opporsi al loro progetto di riconquista del territorio. “La vera posta in gioco dei negoziati non è la pace, ma lo stato delle cose dopo il ritiro americano, e in particolare l’avanzata dei talebani”, ha spiegato a L’Orient-Le Jour Adam Baczko, ricercatore associato presso l’Università di Pantheon-Sorbona, esperto di Afghanistan. “Quale sarà la situazione una volta che gli Stati Uniti se ne andranno? I talebani non hanno le mani su tutto l’Afghanistan, che è sempre stata divisa sul piano etno-confessionale. Imporranno il loro ritorno attraverso una nuova guerra civile per prendere il potere? Altrimenti, gli insorti dovranno tener conto dei cambiamenti sociali che si sono verificati nel paese dal 2001 “, aggiunge David Rigoulet-Roze, insegnante e ricercatore, consulente in relazioni internazionali, esperto della regione del Medio Oriente.

18 anni dopo il loro intervento, gli americani non sono riusciti a eliminare completamente la minaccia della ripresa del potere dei talebani. Il ritiro delle forze straniere potrebbe lasciare il paese agli insorti, che è ciò che teme una parte della popolazione afgana. “Gli americani hanno a lungo negato il carattere organizzato e più in generale il peso dei talebani, che sono pertanto i più radicati ed efficaci nel paese”, afferma Baczko. “Gli Stati Uniti vogliono assicurarsi che i talebani con cui negoziano applicheranno le decisioni dell’accordo a tutti gli insorti che dovrebbero incontrarli. Ma per il momento questo sembra incerto a causa della tradizionale autonomia dei signori della guerra “, ha dichiarato David Rigoulet-Roze.

In parallelo con i colloqui di pace, il gruppo dei ribelli non esita a continuare i suoi sanguinosi attacchi. “L’idea dei talebani è di mostrare che si trovano in una situazione di forza, gli attacchi sono quindi uno strumento di pressione per alzare la posta in gioco. Ma se vogliono mostrare la serietà della loro trattativa, prima o poi si porrà la questione di un cessate il fuoco “, analizza David Rigoulet-Roze.

Le elezioni di settembre si terranno in un contesto particolare perché non ci sono liste elettorali, né risultati ufficiali. “In effetti, la data delle elezioni non ha davvero un impatto, il vero impatto per il paese è il totale ritiro degli Stati Uniti, in quel momento il governo afgano potrebbe crollare”, ha affermato Adam Baczko.

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Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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