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“Vietato in Siria”, la serie-tv girata ad Aleppo tra macerie e satira

di Thanassis Cambanis. The New York Times (15/07/2015). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

Gli attori di “Vietato in Siria” concordano sul fatto che il peggior giorno di riprese sul set è stato quando un cecchino ha sparato, in giugno: un uomo stava allestendo la scena per girare e un proiettile lo ha ucciso. Il cast e la crew hanno proseguito imperterriti. Questo è il fardello da portare quando ti proponi di produrre una serie-tv nella città siriana di Aleppo in tempo di guerra, con poca paga, nessuna assicurazione e milizie che ti vogliono morto.

Girando come dei forsennati per completare le scene entro il Ramadan, i produttori di “Vietato in Siria” hanno incontrato ostacoli di ogni sorta. Un altro membro della troupe è rimasto ferito in scontri a fuoco ed è morto alcuni giorni dopo. Barili-bomba e colpi di mortaio hanno deragliato le scene. Il girato si fermava, in segno di rispetto, ogni volta che passava uno dei frequenti funerali. I creatori di “Vietato in Siria”, programma che offre una parodia di tutti gli aspetti della guerra in Siria, vogliono davvero che il loro lavoro riesca ad affermarsi all’insegna dell’intrattenimento e della satira politica.

La maggior parte delle scene si svolge tra le macerie di Aleppo o in edifici danneggiati. Lo show dà filo da torcere a Bashar al-Assad e al suo governo, ai gruppi religiosi che hanno preso il sopravvento sulla rivolta e ai ribelli dell’Esercito Siriano Libero. Proprio questi ultimi fanno da security quando la serie viene filmata sul posto: “Ci prendiamo gioco del modo in cui trattano i civili, ma non hanno scelta e devono proteggerci,” dice Yamen Nour, uno dei protagonisti dello show. Pittore e attore che ha guidato le proteste nel 2011, Yamen considera il suo lavoro teatrale e televisivo come una continuazione della rivoluzione con altri mezzi.

“Vogliamo mostrare alle persone che siamo ancora vivi, è difficile farle sorridere durante la guerra. Vogliamo che dimentichino la guerra per un momento,” dice. Tony el-Taieb, produttore della serie, insieme a qualcosa come 55 tra attori e membri della crew che lavorano con lui per la Lamba Productions, ritengono che i veri rivoluzionari siriani debbano stabilire alternative culturali rispetto a quelle generate dal governo a Damasco. “I nostri video fanno infuriare il regime, perché noi mostriamo la realtà,” dice el-Taieb, “Non possiamo lasciare il campo della recitazione al regime”.

L’idea alla base della serie-tv era di rompere ogni tabù: dal servile rispetto riservato agli ufficiali militari, alle faide tra famiglie fino alla religione. “Stiamo parlando di tutto ciò di cui non si può discutere a Damasco,” continua el-Taieb, “Perché lì anche i muri hanno orecchie”. La sua casa di produzione riflette la diversità etnica e settaria della Siria, con membri alawiti, cristiani, drusi, curdi… La maggior parte degli attori è ricercata da parte del governo. Il padre di el-Taieb è stato detenuto per quasi un anno, mentre il fratello di un altro del cast, Zakaria Abdelkafi, è ancora in prigione.

Nonostante tutti i rischi e la pesante missione, sembra che gli attori e i produttori la stiano vivendo bene: stanno già pensando a un nuovo lavoro che racconti la storia di un giornalista che si occupa della guerra in Siria e ad altri sketch comici. Ed anche se girare le scene nel corso di una guerra non è per niente l’ideale, pare ci sia almeno un vantaggio rispetto alla produzione: “Se non ci fosse la guerra, il nostro lavoro richiederebbe molto più tempo,” dice Yamen Nour, “Immaginate quanto ci vorrebbe per costruire il set di un edficio distrutto?” gli dà man forte Abu Joud, “Grazie alla guerra, è già tutto pronto…!”.

Thanassis Cambanis è un giornalista che scrive per il New York Times, l’Atlantic, Foreign Affairs ed altri

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Silvia Di Cesare

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