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La Turchia è “nei guai” per il cessate-il-fuoco in Siria?

Erdoğan turchia

Al Monitor (27/02/2016). Traduzione e sintesi di Antonia Maria Cascone.

Il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha affermato che la Russia è “nei guai” per la cessazione delle ostilità in Siria, accettata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 26 febbraio. Nonostante i punti deboli dell’accordo, la Risoluzione 2268 sul cessate-il-fuoco in Siria è, potenzialmente, una novità assoluta. Ciò non significa che la pace sia assicurata: il processo è claudicante e fragile, ma l’unico mezzo per accompagnarlo ad un esito positivo è la cooperazione e la condivisione di informazioni tra Washington e Mosca.

Alcuni elementi dell’amministrazione Obama si sono dimostrati scettici riguardo alla coordinazione con la Russia e, secondo gli osservatori, potrebbero cogliere la prima occasione per far precipitare il processo. La speranza è che il cessate-il-fuoco venga rispettato e, in caso contrario, che l’amministrazione Obama si mantenga su una linea di prudenza. Le conseguenze di una rottura con la Russia, infatti, potrebbero sfociare in una battuta d’arresto per la cooperazione antiterroristica e, conseguentemente, in un’intensificazione della guerra in Siria. Inoltre, se qualcuno nell’amministrazione statunitense creda che sia facile battere la Russia e l’Iran in territorio siriano, si sbaglia di grosso: Mosca e Teheran hanno enormi interessi nel Paese, molto più che gli Stati Uniti, e non è nei loro programmi abbandonarlo. Inoltre, entrambe hanno un’alta soglia di tolleranza per la violenza, visione sfortunatamente condivisa dagli alleati regionali degli USA.

Ma, se la Russia sta incontrando difficoltà, si può dire lo stesso della Turchia. Lo scorso 24 febbraio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito la cooperazione statunitense con i curdi siriani una “grande bugia” e ha espresso scetticismo circa la cessazione delle ostilità. Secondo la Casa Bianca, Obama ha insistito sul fatto che le forze curde dell’Unità di Protezione Popolare (YPG) non dovrebbero cercare di sfruttare le circostanze per prendere il controllo su altri territori e ha messo pressione alla Turchia perché mostri altrettanta moderazione.

Secondo il giornalista turco Kadri Gursel, le politiche di Ankara, che di base miravano al rovesciamento di Assad e la conseguente salita al potere degli islamisti a Damasco, sono collassate da tempo. I gruppi jihadisti supportati dalla Turchia continuano a perdere terreno di fronte all’esercito siriano sostenuto dalla Russia e lo YPG. Adesso che anche l’idea di un intervento diretto è sfumata, quali opzioni restano ad Erdogan e al suo primo ministro Ahmet Davutoglu per sostenere i propri interessi in Siria? Gursel ha affermato inoltre che le puntualizzazioni di Davutoglu sono un’aperta confessione su come lui ed Erdogan hanno reso la Turchia parte attiva nella guerra siriana. Se il regime di Damasco ha perso il controllo di molti territori a causa del ruolo di Ankara, ciò implica che la Turchia si assume la responsabilità storica della conquista di tali territori da parte di gruppi jihadisti, incluso Daesh e al-Nusra. E se gli oppositori del regime sono stati capaci di difendersi grazie alla Turchia, come afferma ancora Davutoglu, potrebbero aver fatto ciò solo grazie alle armi inviate dal Paese. Il suo impegno a continuare a supportare i ribelli, quindi, suona come una promessa di continuare a rifornire di armi.

In conclusione, Ankara ha rinunciato all’intervento diretto, ma la sua posizione mantiene alto il rischio di un confronto militare con Mosca. La politica estera turca, secondo il giornalista Semih Idiz, è nel caos totale grazie al Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) che, abbandonando la tradizionale politica estera in favore di una prospettiva più spiccatamente islamica, ha significativamente ridotto le opzioni di Ankara, specialmente in frangente storico così turbolento. L’AKP ha un approccio astioso in politica estera e ostracizza chiunque si rifiuti di assecondarlo, etichettandolo come un nemico.

Attualmente, ad Ankara, quando la risposta a una tua domanda è il silenzio, è un segno delle strettoie nei meccanismi di gestione della crisi. Sembra che la Turchia non sia capace di avere a che fare con le zone “grigie”, e questa debolezza contribuisce, internamente, alla polarizzazione politica, etnica e settaria e, in più, mette in discussione la posizione di Ankara in Siria nell’arena internazionale.

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Roberta Papaleo

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