In poche parole Pakistan

Un silenzio assordante

di Zouhir Louassini. L’Osservatore Romano settimanale (22-11-2018)

 

Lo ammetto: questa volta mi preoccupa il silenzio della maggioranza innocente più che il caos della minoranza colpevole. Tutto parte da un bicchiere d’acqua. Asia Bibi aveva “peccato” bevendo da un pozzo da cui solo i musulmani potevano attingere. Si chiama apartheid, questo: una logica mai conosciuta nella religione islamica. Da qui si poteva fermare una sentenza ingiusta e particolarmente offensiva della dignità umana.

Asia non avrebbe mai dovuto mettere piede in una prigione. Invece questa donna, madre di cinque figli, ha trascorso otto anni rinchiusa nel braccio della morte. Condannata per blasfemia. Un tribunale ha infine deciso di liberarla; ed eccoli, i fanatici, accorrere in strada senza alcuna vergogna, pieni di arroganza; eccoli, tutti insieme, chiedere la testa di una innocente.

I musulmani — soprattutto quelli che vivono in Europa — hanno perso una grande occasione per sconfessare l’opinione e il pregiudizio di chi non perde occasione per parlare dell’islam in termini negativi. Asia Bibi, assolta dopo 3420 giorni di galera, avrebbe costituito l’occasione perfetta per alzare la voce contro la minoranza dei fanatici, infuriati per il verdetto. Una minoranza agguerrita che ha paralizzato il Pakistan per tre giorni, fino a quando è stato firmato un accordo controverso.

Invece, solo silenzio. Un silenzio assordante, in tutto il mondo islamico. Le poche voci critiche di intellettuali non sono sufficienti per parlare di una reazione efficace contro la solita minoranza scalmanata e ignorante che danneggia i valori e l’immagine dell’islam. I fondamentalisti hanno chiesto l’impiccagione di Bibi e l’assassinio dei giudici della corte suprema. In una situazione di tale gravità i musulmani, e soprattutto le istituzioni che li rappresentano, hanno scelto il profilo più basso, il silenzio. Nessuna condanna contro una follia che potrebbe essere facilmente demolita da chiunque abbia un minimo di conoscenza della religione islamica.

Questo fenomeno danneggia tutti i musulmani. Sanae al-Aji, in un articolo scritto in arabo e pubblicato in vari siti, scrive che se l’islam è una religione di pace bisogna anche riconoscere che molti paesi musulmani adottano leggi ispirate alla sharia, scelta che umilia l’essere umano. Se i musulmani non fanno autocritica — continua la giornalista marocchina — ammettendo che il vero danno contro la loro religione è provocato proprio da leggi come quelle che hanno portato Asia Bibi in prigione, allora non ci sono speranze per l’islam.

Kamel Daoud va dritto al punto: perché nel mondo musulmano non c’è stata nessuna manifestazione per sostenere questa donna, come si fa quando un protestante invasato brucia qualche pagina del Corano? Perché Bibi è una donna. Perché Bibi è cristiana. Quindi non umana. La solidarietà si ferma alla confessione religiosa, conclude il giornalista algerino in un articolo pubblicato da «Le Quotidien d’Oran».

Sostenere Asia Bibi avrebbe potuto finalmente distinguere, con chiarezza e semplicità, il musulmano dall’islamista; sarebbe stata l’occasione giusta per affermare la nostra universalità, la nostra umanità e la preoccupazione per ciò che è umano ed è più importante di ogni ideologia. Ma non è stato possibile, secondo Daoud, perché «le nostre convinzioni vengono prima della nostra umanità, specialmente quella degli altri».

L’islam ufficiale, in particolare quello europeo, non è stato all’altezza delle circostanze. Scegliendo il silenzio, è rimasto a osservare questa ondata invece di affrontarla. Qualcuno ha persino scelto di giocare il ruolo della vittima, lamentando notizie dannose per l’immagine dell’islam, invece di proteggere la vita di Asia Bibi, unica vera vittima di un modo arcaico di interpretare la religione. E questo è davvero preoccupante.


Zouhir Louassini

Zouhir Louassini. Giornalista Rai e editorialista L'Osservatore Romano. Dottore di ricerca in Studi Semitici (Università di Granada, Spagna). Visiting professor in varie università italiane e straniere. Ha collaborato con diversi quotidiani arabi tra cui al-Hayat, Lakome e al-Alam. Ha pubblicato vari articoli sul mondo arabo in giornali e riviste spagnole (El Pais, Ideas-Afkar). Ha pubblicato Qatl al-Arabi (Uccidere l’arabo) e Fi Ahdhan Condoleezza wa bidun khassaer fi al Arwah ("En brazos de Condoleezza pero sin bajas"), entrambi scritti in arabo e tradotti in spagnolo.

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