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Questione di veli

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Di Emanuela Barbieri. Osservatore Romano (05/09/2016)

È incredibile come un semplice pezzo di stoffa sia in grado di scuotere tanto la sensibilità e gli umori occidentali. La polemica estiva nata sulle spiagge francesi intorno al burqini, estesasi poi al resto d’Europa, altro non è se non una diramazione di un dibattito più vasto: il copricapo femminile. Gente comune, esperti e persino governi sono d’accordo: burqini no. La situazione in questa prospettiva è quasi giunta al paradosso: la donna non ha più il diritto di scegliere come vestirsi, piuttosto ha il dovere di scoprirsi. Da qualche decennio, in Occidente, il velo rappresenta un’identità che non ci appartiene, il simbolo della sottomissione della donna musulmana, usato per nasconderla e addomesticarla. La rappresentazione, insomma, di una religione tutta al maschile.

giulia-galeotti-il-veloDi questo copricapo femminile si occupa — allargando il discorso a culture, religioni e secoli — l’ultimo libro di Giulia Galeotti, Il velo (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2016, pagine 223, euro 16,50). Mettendo in dubbio il fatto che il velo sia stato e sia ancora oggi esclusivamente un mezzo di reclusione della donna e domandandosi se quella di velarsi possa essere una scelta libera e consapevole, l’autrice ci propone un’analisi lucida e completa sull’argomento.

Galeotti si addentra di nuovo nella storia e nel mondo delle donne di ieri e di oggi, accompagnandoci nei secoli alla scoperta dei fatti che hanno prima dato e poi modificato il significato del velo, o meglio, dei veli femminili. Il libro, infatti, ci trasporta nella complessità delle trame che lungo il tempo e lo spazio si sono tessute in una densità di simbologie, sensi e significati, arricchendo la storia di un indumento diventato nei secoli «strumento di protezione, segno di status sociale, elemento di seduzione e mezzo per esprimere il lutto».

Dal Talmud agli atelier di alta moda, dalle cerimonie religiose cristiane al Corano, il velo assume forme mutevoli, cambia significato e simbologia, assume una forza nuova fino a diventare simbolo di un’appartenenza identitaria specifica. «Una storia che ha vissuto tappe molto diverse secondo i vari contesti»: identificando il velo con la religione islamica, infatti, non si commette solo un errore, ma si dimenticano secoli di storia che ci appartengono da vicino.

Riservando una parte a Maria — presenza comune in quanto ragazza ebrea e riferimento cristiano e musulmano — il libro attraversa la storia delle tre religioni monoteiste: addentrandosi nel significato spirituale individuale e collettivo del copricapo femminile e ascoltando in particolare la voce delle stesse donne, Il velo segue la trasformazione di questo indumento fino a oggi.

La prima parte del libro affronta il contesto ebraico, indagando il significato originale del tichel, il suo ruolo di ordinatore sociale, simbolo della modestia della donna la quale, scegliendo tale abbigliamento, scoraggerebbe lo sguardo e il desiderio maschile.

Quanto invece al cristianesimo, l’autrice si sofferma a lungo e con attenzione sulla reale portata delle famose parole di Paolo («Si metta un velo»), a lungo ritenute espressione di una visione misogina e lesiva dell’autonomia muliebre. Galeotti ricorda quindi il giro di boa che questo indumento ha vissuto nella storia del cristianesimo, giro di boa segnato dal concilio Vaticano ii, evento decisivo per la Chiesa anche per la vicenda del velo: è dal 1965, infatti, che questo indumento non è più obbligatorio per le donne cattoliche, laiche o religiose che siano. Da allora colei che decide di indossarlo in chiesa o le suore dei vari ordini religiosi che lo portano rispondono a una loro libera scelta.

Il velo è un libro attuale e una lettura piacevole che ci aiuta veramente a capire la complessità della realtà in cui viviamo. E a riflettere su cosa significhi realmente per le donne compiere una libera scelta. Un testo che ci arricchisce portandoci in una dimensione multiculturale e che ci stimola alla conoscenza reciproca in un momento storico in cui discorsi di intolleranza e odio hanno maggiore eco.

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Emanuela Barbieri

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