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Quando l’Arabia Saudita fa spionaggio

L’ennesimo scandalo che ha coinvolto le autorità saudite in operazioni di spionaggio a danno dei propri cittadini conferma la fragilità e l’insicurezza del principe ereditario Ibn Salman che sembra temere le critiche e il potere della parola al di sopra di ogni cosa

di Malek Wannous, al-araby al-jadid (24/08/2020). Traduzione e sintesi di Francesca Paolini.

Ancora una volta un paese arabo è coinvolto in un caso di spionaggio avvenuto in un paese occidentale, questa volta negli Stati Uniti. Come solitamente accade con i regimi arabi l’oggetto dello spionaggio sono i cittadini stessi e non un centro di ricerca sul nucleare o un centro di sviluppo per le industrie militari da cui un regime potrebbe rubare informazioni e rintracciarne le ultime tecnologie da sfruttare a proprio vantaggio.

I cittadini arabi sono abituati a tutto questo e sono diventati consapevoli che tutti gli scandali relativi ad operazioni di spionaggio condotte dai governi dei propri stati non hanno come vittime le istituzioni, bensì i cittadini residenti all’estero. All’inizio di luglio i media erano impegnati con lo spionaggio dell’Egitto a danno di cittadini egiziani residenti in Germania oggi invece si occupano delle operazioni di spionaggio condotte attraverso twitter dall’Arabia Saudita in territorio statunitense, nonostante i rischi e le conseguenze.

Secondo l’agenzia americana Bloomberg queste operazioni avrebbero portato all’arresto da parte delle autorità saudite dell’attivista per i diritti umani Abd al-Rahman al-Sadhan e di altri cittadini sauditi. Inizialmente si parlava di informazioni hackerate ma in seguito la questione si è sviluppata con l’emergere di nuovi dettagli: l’Arabia Saudita avrebbe ingaggiato due dipendenti di Twitter, Ahmad Abu Ammu e Ali al-Zubara,  per  rintracciare le vere identità di alcuni utenti del social network che, attraverso falsi profili, criticavano le autorità saudite e  i membri della famiglia regnante; le informazioni sarebbero poi state usate per reprimere gli oppositori e arrestarli.

Il 2 Settembre davanti alla corte di un tribunale di San Francisco ha avuto inizio il processo ad Abu Ammu dichiaratosi innocente davanti a 23 capi d’accusa, tra cui l’ aver abusato della sua professione per condurre, a partire dal 2015, operazioni di spionaggio per conto dell’Arabia Saudita. La prossima udienza è stata fissata al 21 Ottobre. (N.d.R) Tra gli indagati compare anche Ahmad al-Mutiri quale mediatore tra i due dipendenti e Bader al-Asaker, direttore dell’ufficio del principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman e fondatore di un’azienda che funge da copertura per il trasferimento di informazioni alle autorità saudite. Ci si aspetta che le accuse saranno rivolte proprio contro Bader al-Asaker come la corte avrebbe già fatto intendere secondo quanto riportato dai media americani.

A fine marzo, prima di questo scandalo, il giornale inglese The Guardian aveva accusato le autorità saudite di aver  sfruttato la  rete mobile telefonica per inviare più di 2 milioni di richieste di tracciamento ai suoi cittadini, residenti nel paese o all’estero, per seguirli, monitorare i loro spostamenti e spiare le loro vite personali e le loro attività. Le tre più grandi aziende telefoniche saudite sono state coinvolte in queste operazioni.

C’è poi lo scandalo del marzo 2019 quando l’Arabia Saudita hackerò il cellulare privato di Jeff Bezos proprietario di Amazon e della rivista Washington Post. Secondo i media l’hackeraggio sarebbe avvenuto attraverso un messaggio whatsapp, inviato a Bezos dal principe ereditario saudita in persona, contenente un file spyware che ha permesso alle autorità saudite di controllare direttamente il telefono. Quale il motivo di questa operazione? Tra i colonnisti del Washington Post c’era anche il compianto Jamal Khaschoggi e lo stesso giornale di Bezos ha poi continuato a coprire le indagini ancora in corso sulle misteriose circostanze dell’omicidio del giornalista saudita.

Vale la pena notare che tutte le questioni di spionaggio ruotano sistematicamente intorno al tentativo di sedare le critiche verso il principe ereditario Ibn Salman e le sue politiche. L’obiettivo è quello di fermare ogni tipo di minaccia alla sua immagine anche qual’ora la minaccia provenisse dal più debole tra i cittadini sauditi. Questo genere di politica rispecchia la mancanza di fiducia di Ibn Salman in se stesso e nelle sue capacità di assumere la posizione riservata in futuro per lui dal padre, considerando che al cugino Mohammad Bin Neyef è stata sottratta la possibilità di rivestire la medesima posizione. Ibn Salman è consapevole di non essere il legittimo principe ereditario ed è disposto a tutto pur di conservare tale posizione.

Questi comportamenti riflettono inoltre la paura del Regno Saudita verso il potere della parola e evidenziano la fragilità di un’entità che teme anche le parole di un uomo qualsiasi che risiede nelle città più povere del paese o in una stanza universitaria di una qualche università nel mondo occidentale. Questa paura deriva dalla consapevolezza delle possibili ripercussioni relative ai grandi crimini commessi e alle tante libertà oppresse. Si dà la caccia alle parole piuttosto che a coloro che hanno preso di mira con i missili le installazioni petrolifere saudite, le compagnie petrolifere e il gioiello della corona.

Sorge allora spontanea una domanda, come hanno potuto le autorità saudite condurre le operazioni di spionaggio negli Stati Uniti senza considerarne le ripercussioni? Questo è stato possibile solo dopo aver comprovato il grande sforzo fatto dal presidente Trump per coprire l’omicidio di Khashoggi avvenuto nel consolato saudita di Istanbul, così come il suo sforzo nel coprire i crimini di guerra condotti contro il popolo yemenita, in una guerra  che in due settimane avrebbe dovuto realizzare gli obiettivi sauditi e che ne ha invece dimostrato il fallimento protraendosi per cinque anni. Trump fa tutto questo poiché trae dai fallimenti di Ibn Salman un modo per ricattarlo e continuerà con questa strategia finché il principe sarà dedito a commettere errori e a cadere in nuovi scandali.

Malek Wannous è uno scrittore e traduttore siriano. Ha pubblicato i suoi articoli e le sue traduzioni su giornali siriani, libanesi e del golfo e ha tradotto in arabo il libro di Vittorio Arrigoni “Gaza. Restiamo Umani” pubblicato dall’ Arab Center for Research and Policy Studies.

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Redazione

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