Politica

Lo stop della guerra in Yemen non è una rinuncia alla Repubblica

di Maysa Shujauddin, al-Araby, 18/03/2020. Traduzione e sintesi di Maddalena Goi

Si intensificano i colloqui tra le numerose fazioni yemenite oppositori degli Houthi, sulla necessità di continuare o meno la guerra, dopo le continue sconfitte militari e l’assenza di una leadership che hanno portato a una disintegrazione di questo spettro e al suo conseguente ingresso in battaglie interne che lo hanno indebolito, come accaduto a Aden. Ma gli inviti a ritirarsi dal conflitto accettando così l’autorità di fatto, hanno trovato un’opposizione feroce, temendo che ciò significhi arrendersi agli Houthi e rinunciare di conseguenza ai principi della Repubblica.

Per la maggioranza degli yemeniti, la guerra non ha nulla a che fare con la visione orientalista delle etnie tribali dell’est che non hanno sviluppato i concetti di patria e popolo, infatti, la spinta settaria della guerra nello Yemen continua ad avere minore importanza rispetto ad altre dimensioni. Inoltre, molti yemeniti non sono realmente interessati alla narrativa del colpo di Stato e del governo legittimo che, secondo molti, è diventato simbolo di corruzione e fallimento. La maggior parte degli yemeniti invece, vede questo conflitto come un’estensione della guerra contro l’Imamato, oggi rappresentato dagli Houthi.

Senza questa precisazione, non è possibile capire cosa sta succedendo oggi nello Yemen. Per il popolo yemenita, la Repubblica, non è solo il sistema politico che ha rovesciato la monarchia dell’Imamato, un regime teocratico basato sulla divisione della società secondo origini etniche, tribali e regionali ma è stata piuttosto un’ancora di salvezza che ha chiuso il ciclo dell’isolamento e, cosa più importante, ha risolto i conflitti e le divisioni su base identitaria.

Dalla rivoluzione del 1962 e la conseguente guerra civile durata 7 anni, fino al conflitto attuale, gli slogan da entrambe le parti sono rimasti invariati: il movimento degli Houthi continua a scandire proclami contro l’aggressione e l’occupazione, prima contro l’intervento militare egiziano e ora contro quello saudita, mentre la parte repubblicana difende i suoi concetti di nazione e di un paese governato da moderne rappresentanze, di costituzione e cittadinanza.

Il fattore salafita è uno degli elementi di novità di questa guerra che prima non c’era. La differenza tra le parti sta nella loro retorica.                 

Gli Houthi sono più organizzati nei loro piani, ma cercano di coprire la spaccatura sulla Repubblica, sapendo che è un argomento sensibile per la maggioranza degli Yemeniti. Tuttavia, concedono di celebrare l’anniversario della rivoluzione del 1962 – il 26 settembre – seppur con qualche rituale ristretto. La ricorrenza arriva qualche giorno dopo le fastose celebrazioni che ricordano la conquista di Sanaa da parte degli Houthi, avvenuta il 21 settembre 2015.

A dimostrazione, gli Houthi hanno rimosso dai loro siti web un documento a firma del leader del gruppo, Abd al-Malik al-Houthi e alcuni intellettuali, che rivelava la verità sulle loro idee, la più importante delle quali era la questione della famiglia ahl al-bayt* e il loro divino diritto a governare senza contestazioni. Si trattava di un documento che provocava loro imbarazzo e contrastava con le evasive dichiarazioni dei loro leader sulla democrazia e la Repubblica. In realtà la questione presenta molte contraddizioni e, in effetti, dall’ascesa degli Houthi, nessuno ha bisogno di leggere tale documento per notare i privilegi riservati agli hashemiti rispetto al resto di yemeniti.

Di conseguenza, è aumentato il sentimento di vendetta e rabbia contro questa classe sociale ed è ciò su cui fanno leva i loro avversari. Sul piano della lotta identitaria, gli Houthi possono avere successo se lo trattano come un conflitto tribale o regionale o settario tra gli zaiditi (sciiti) e il resto delle aree a dottrina shafi’ita (sunnita). Questo conferirebbe agli Houthi un consenso maggiore tra la popolazione yemenita. Inoltre, la loro organizzazione e la solidarietà tribale che li caratterizza li rende un movimento più pronto, rispetto ad altri, ad assumere la leadership promuovendo un’ideologia che rafforza la sottomissione contrastando l’interferenza di altre idee politiche che favoriscono le libertà individuali e il dissenso.

Discorso che si identifica facilmente con gli Houthi  proprio in virtù della loro composizione settaria mentre, dall’altra parte, manca uno dei suoi perni storici. Infatti, uno degli effetti salienti della rivoluzione del 1962 fu proprio il trasferimento delle lotte di potere yemenite dalla dimensione tribale alla piazza dei progetti politici, permettendo l’accesso della solidarietà tribale all’interno del dibattito politico.   

Nel tentativo di produrre una ricostruzione storica, la Repubblica vanta qualche decina di anni mentre l’Imamato alcuni secoli. Ma andare a ritroso fino alla storia pre-islamica rischia di far perdere un vasto pubblico, disorientandolo. Lo stesso accadrebbe per il partito repubblicano che dovrebbe rappresentare il futuro e non il passato. Politicamente parlando, la retorica degli avversari degli Houthi non regge: a volte difendono la loro legittimità che si è fatta però una cattiva reputazione, altre volte cercano di attuare i risultati della Conferenza di Dialogo Nazionale, una questione opaca per molti yemeniti e che non li riguarda direttamente.

A livello di leadership e performance, la differenza rimane enorme. Nonostante la repressione e la corruzione degli Houthi, il loro impegno e devozione per ciò che fanno si riflettono nelle azioni e nei loro continui successi militari, ottenuti con la coesione organizzativa all’interno di un’unica leadership. Mentre i loro rivali, privi di leadership, sono effettivamente diventati un ostacolo per ogni possibile successo. C’è una gran differenza tra la leadership della rivoluzione del ’62, che non ha cercato ricchezza o cariche pubbliche e quella attuale.

A livello regionale invece, gli yemeniti sembrano, questa volta, essere più subordinati ai loro agenti regionali che le generazioni degli anni ’60, con la differenza che gli Houthi, in virtù del mantenimento della loro forza e presenza interna, godono di uno spazio di indipendenza migliore rispetto al governo promosso dall’esterno. Sui motivi di intervento nei combattimenti, negli anni ’60 ruotavano attorno a progetti politici monarchici-repubblicani, mentre ora, si tratta di progetti  confessionali.

Pertanto, la fine della guerra attuale potrebbe svincolare gli avversari degli Houthi dai loro alleati regionali che, portatori di retaggi confessionali, creano scompiglio alle aspirazioni nazionali.

Ciò consoliderebbe il punto di forza del movimento Houthi, nonché la lotta su base identitaria e di solidarietà tribale cara ai molti simpatizzanti che li sostengono e, proprio perché numerosi, non possono essere trascurati. Continuare la guerra in Yemen rafforza l’autorità degli Houthi e i suoi ideali, ma le origini del loro progetto e l’intolleranza che caratterizzava i suoi ideatori, potrebbe rappresentare un ostacolo.

Fermare l’attuale guerra non significa sottomettersi agli Houthi senza opporre resistenza, intellettuale e politica, fino a quando non sarà formata l’organizzazione e la leadership per sconfiggerla militarmente.

* (i discendenti del profeta Muhammed)

Maysa Shujauddin, scrittrice yemenita

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Redazione

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