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L’affare di Tiran e Sanafir e la crisi globale egiziana

egitto bandiera egiziana
L’accordo ha messo in luce la debolezza del regime egiziano, la sua inabilità ad instaurare un dialogo ed accettare voci opposte alla convenzione

Di Essam Shaban. Al-Arabi al-Jadeed (20/06/2017). Traduzione e sintesi a cura di Cristina Tardolini.

La Camera dei Rappresentanti egiziana ha finalmente approvato l’accordo riguardante il limite di confine in base al quale l’Egitto cederebbe definitivamente le due isole di Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita. La discussione dell’accordo giunge in parlamento un anno dopo la firma nell’aprile 2016: è rimasto chiuso nei cassetti, dopo che le autorità si resero conto dello shock della maggioranza della popolazione alla notizia.

La questione delle due isole è soltanto una parte della crisi globale che sta vivendo l’Egitto: ad essa si associa la crisi del regime vigente, quella della società e delle sue forze politiche. Le dimensioni di questa crisi globale, che hanno portato come conseguenza alla cessione delle due isole all’Arabia Saudita, si riflettono innanzitutto nel fallimento della gestione della crisi attraverso politiche economiche sovversive e fallimentari, ricorrendo a prestiti, sovvenzioni, aiuti, vendita di beni, aumento dei prezzi delle merci e dei servizi e imposizione di imposte dirette ed indirette per aumentare le risorse finanziarie.

L’accordo di cessione ha chiarificato la crisi della politica estera egiziana, caratterizzata dall’essersi adattata ed integrata sotto “l’ombrello” delle alleanze del Golfo capeggiate dall’Arabia Saudita. Il governo ha inviato l’accordo di cessione al parlamento nel gennaio 2017 a seguito di due fatti: in primo luogo, il ripristino delle forniture di petrolio saudita all’Egitto e di progetti di investimento e, in secondo luogo, la dichiarazione del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi su quello che viene chiamato “l’affare del secolo”, cioè la disposizione saudita-egiziana per soluzione politica della questione palestinese. Come annunciato nel suo discorso ad Assiut, l’Egitto vuole “ampliare i cerchi di pace calda” con Israele, a cui sarà assegnata una maggiore libertà di movimento e di navigazione nello stretto di Tiran, creando gravi danni alla sicurezza nazionale egiziana e del futuro arabo.

L’accordo ha messo in luce la debolezza del regime egiziano, la sua inabilità ad instaurare un dialogo ed accettare voci opposte alla convenzione, mostrando la sua tendenza a governare da solo usando gli strumenti per il controllo della sicurezza e della propaganda mediatica contro gli attivisti che si opponevano all’accordo, chiudendo ad esempio numerosi caffè nel centro città e attività che potevano essere un possibile luogo di ritrovo per giovani dissidenti, in riferimento alla paura del regime per lo scoppio di dimostrazioni.

In realtà, i movimenti di opposizione contro l’accordo sulle due isole si sono rivelati essere quelli che stanno vivendo la crisi peggiore: frammentati, incapaci di radunare i loro membri, incapaci di comunicare con il proprio pubblico come in passato, è chiaro che i partiti di opposizione egiziani stanno pagando gli errori commessi durante il periodo della rivoluzione, impauriti da una politica di oppressione, impoverimento e trascuratezza.

Essam Shaban è un ricercatore di antropologia politica presso l’Istituto di Ricerca e Studi Africani dell’Università del Cairo.

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