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La tortura nelle carceri libanesi

Al-Modon (22/06/2015). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

La pratica della tortura per punire i detenuti libanesi continua nelle carceri e nei luoghi di detenzione del Paese. Secondo rapporti internazionali pubblicati negli anni passati da Human Rights Watch è possibile distinguere due gruppi di detenuti. Il primo appartiene alla categoria di detenuti “politici” o quasi; il secondo, invece, si riferisce a condannati per uso di droghe, prostituzione o perché omosessuali. Secondo quanto esposto nelle varie relazioni internazionali, sono gli uomini di sicurezza a praticare la tortura contro i prigionieri, colpiti con pugni, bastoni o cavi.

Nonostante l’“attivismo” dei settori di intelligence dell’esercito presso il ministero della Difesa, delle sezioni di informazione nelle Forze di Sicurezza Interna o nei Centri di detenzione corrispondenti all’Ufficio di Lotta alle droghe con sede a Beirut e Zahle, oltre alle stazioni di polizia, per l’abolizione della tortura, sembra che le misure adottate non abbiano l’effetto sperato. Eppure, la legge in Libano prevede il reato di tortura.

Quando nel 2008 furono ritrovati nelle carceri libanesi i corpi di 52 detenuti, il ministero degli Interni avviò un’inchiesta, i cui risultati restano ancora sconosciuti. Lo stesso silenzio si ripete nel 2013 a seguito della circolazione sui social network di una video clip che ritraeva i soldati libanesi intenti a picchiare un detenuto. Il giudice istruttore dell’esercito procedette al fermo di cinque membri dell’intelligence. Tuttavia, né il ministero della Difesa, né il comando dell’esercito hanno mai riferito gli sviluppi dell’inchiesta o le misure adottate contro i responsabili all’agenzia di Human Rights Watch.

Da parte sua, Sa’ad el-Din Shatila, direttore dell’Ufficio di “Dignità per i diritti umani”, con sede a Beirut, e collaboratore al rapporto del “Comitato contro la Tortura”, ritiene che in Libano, negli ultimi anni, non siano state apportate modifiche circa la questione della tortura nei luoghi di detenzione. Infatti, dopo le incursioni nella prigione di Roumie, le organizzazioni dei diritti umani avevano chiesto l’istituzione di una Commissione d’Inchiesta “a causa dello stato di confusione dalle misure adottate” contro la violenza, che tarda ad essere realizzata.

Shatila sposta l’attenzione su quel protocollo opzionale che il Libano aveva firmato inteso a combattere la tortura, e che “prescrive la necessità di adozione di un meccanismo di controllo nei luoghi di detenzione”. Ma i tempi di applicazione ed efficacia di tale protocollo sono ancora agli inizi.

Sempre secondo Shatila, il problema del ritardo o del silenzio circa i crimini operati dalle forze di sicurezza contro i detenuti risiede proprio nella considerazione che la società libanese ha della tortura, ritenuta un vero e proprio tabù di cui si nega l’esistenza.

Ne consegue quindi la grossa responsabilità attribuita alle associazioni dei diritti umani contro l’indifferenza politica.

Al-Modon è un quotidiano online libanese.

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Roberta Papaleo

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