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La Primavera araba: il distacco del Libano

Un’indagine sociologica del caso libanese. La causa del fallimento delle rivolte del 2011 metterà in ginocchio anche quelle attuali?

Di Essam Sahmarani, al-Arabi (19/11/2019). Traduzione e sintesi di Giorgia Lo Nigro.

Nel 2011 molti Paesi arabi hanno assistito alla cosiddetta Primavera araba, una vera e propria ondata di rivolte contro i regimi governativi. Nonostante la natura delle proteste fosse simile in termini di rivendicazione di diritti e di condizioni di vita, l’effetto non è stato in tutti i Paesi lo stesso. Molti infatti hanno attuato riforme politiche e sociali mantenendo lo stesso governo, come nel caso del Marocco o del Sultanato dell’Oman, mentre altri non hanno mostrato alcuna volontà di innovare né di attuare riforme o se l’hanno fatto, in ritardo, quando i manifestanti avevano già fatto cadere il governo, come nel caso della Tunisia e dell’Egitto.

In ultima istanza, ricordiamo i Paesi in cui tali proteste hanno portato alla violenza come nei casi del Bahrein e dell’Iraq e altri ancora in cui la violenza si è trasformata in guerre ancora in corso, come nel caso di Siria, Libia e Yemen.

In Libano però, malgrado l’esistenza di problematiche legate alla povertà, all’emarginazione, alla repressione e alla mancanza di partecipazione attiva alle decisioni politiche, nessun movimento di opposizione al regime è durato più di qualche settimana, raggiungendo la più alta percentuale di partecipazione il 20 marzo 2011. Nonostante il governo libanese non sembrasse accogliere le rivendicazioni dei manifestanti, la rivolta è improvvisamente terminata senza alcuna giustificazione sociale chiara.

Ma da un punto di vista sociologico perché la rivolta libanese del 2011 è fallita? Molte variabili sono legate alla natura settaria del sistema libanese e al potere che ha ciascuna setta, inclusi uomini politici e religiosi, di prendere la strada giusta, di schierarsi al posto e al momento giusto e di scegliere da quale Paese estero sia meglio dipendere. Il tutto è spesso governato da due fattori: uno ideologico e l’altro economico.

Tali variabili possono essere ricondotte a due macrocategorie: da un lato, troviamo la struttura tradizionale formata dai leader e dai partiti settari che governano il Paese in qualità di schieramento centrale e dall’altro, la protezione estera a favore dei leader, delle sette e dei partiti libanesi; i Paesi sponsor difendono infatti i propri interessi offrendo protezione a un altro Stato.

Potremmo allora chiederci se la causa del fallimento del movimento del 2011 potrebbe mettere in ginocchio anche il movimento del 2019, che sembra però essere molto più esteso e aver preso la piega di una vera e propria rivolta globale. Se le richieste del popolo per l’ottenimento di maggiori diritti e di condizioni di vita migliori sono influenzate dal settarismo,  quest’ultimo farà fallire il movimento che invoca il cambiamento in Libano? Se il popolo libanese prendesse una posizione unica a favore di un regime aconfessionale, le forze settarie cercherebbero di riportarlo alle loro sette originarie escludendone chi non ne fa parte? La formula libanese protetta dai leader delle sette dalla fine della guerra civile è un prodotto estero che i Paesi sponsor rifiutano di rompere con un movimento popolare?

Le risposte a tali domande permetterebbero forse al movimento di superare gli ostacoli strutturali al cambiamento in un Paese come il Libano.

Essam Sahmarani è un giornalista e sociologo libanese. Scrive per la testata Al-Arabi.

Vai all’originale: https://www.alaraby.co.uk/الربيع-العربي-فرع-لبنان


Redazione

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