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Iraq.“La corruzione” dell’intifada e l’integrità del “traditore”

Il ritiro dei sostenitori di as-Sadr dalle proteste irachene accusate di corruzione, frammenta l’insurrezione. La delegittimazione delle proteste, in cui si insinuano gli infiltrati, aumenta il rischio di guerra civile. 

Di Zahir Qasibati, al-Arab (28/01/2020). Traduzione e sintesi di Francesca Paolini.

Nell’intifada irachena c’è corruzione e non sarà provata l’innocenza del sangue versato se non liberandosi pubblicamente dell’occupazione e degli americani. È questo ciò che preoccupa Moqtada  as-Sadr da quando i manifestanti hanno sospetti sulle sue intenzioni e sul ritiro dei suoi sostenitori dalle proteste, che è avvenuto proprio prima dell’attacco delle forza di sicurezza contro i manifestanti di Baghdad e del sud dell’Iraq.

Ciò che conta per Moqtada, come ha dichiarato, è la reputazione dei rivoluzionari nazionali e l’assenza di possibili deviazioni della rivoluzione per mano di infiltrati mossi da obiettivi esterni sospetti, proprio come dicevano gli iraniani già prima dell’eliminazione di Qassem Soleimani.

Il tentativo di as-Sadr di creare fratture all’interno dell’insurrezione e di diffamare tutto ciò che questa ha prodotto, compreso il sangue dei suoi 600 martiri, è andato a coincidere con la decisione dell’ex primo ministro Adel Abdel Mahdi[i], di porre fine con la forza alle proteste e ai sit-in. Questa stessa decisione era stata consigliata da Soleimani per evitare il collasso di un sistema che la stessa Tehran ha sponsorizzato per imporre il proprio controllo sulle decisioni irachene, dopo aver concordato con l’amministrazione dell’ex presidente americano Barak Obama il ritiro delle truppe americane dall’Iraq.

Il tentativo di as-Sadr coincide anche con la ripresa degli attacchi missilistici sull’ambasciata americana a Baghdad, che rinnovano la pressione esercitata dalle fazioni e milizie sciite, fedeli all’Iran, per far uscire una volta per tutte le truppe americane dall’Iraq. Tale azione va a dissipare i risultati ottenuti dal precedente incontro tra il presidente Trump e il presidente iracheno Salih a Davos, che avevano calmato la crisi tra Washington e Baghdad e congelato gli effetti della risoluzione del parlamento iracheno per il ritiro delle truppe americane.

 È chiaro che gli attacchi all’ambasciata americana aggiungeranno complicazioni nello scenario delle divisioni irachene, tra le più pericolose la delegittimazione dell’insurrezione, diffamata con l’espediente della violenza degli infiltrati. Siamo davanti alla versione irachena di ciò che ha affrontato l’insurrezione libanese.

Le proteste di Baghdad e del sud dell’Iraq sono state divise così come è stata divisa la presenza delle forze americane che sono diventate forze d’occupazione solo a causa della morte di Soleimani, considerando che precedentemente avevano assicurato copertura aerea alle forze di Hachd al-Chaabi e alle fazioni iraniane durante la  guerra contro Daesh.

Il gioco iraniano, che sembrava annoiare l’amministrazione di Trump, era quello di utilizzare la diplomazia americana ed il suo supporto alla guerra al “terrorismo sunnita” per poter assoggettare a sé la regione e dedicarsi ai propri interessi fino a quando non sarebbe arrivata l’ora del grande accordo ed il momento di stabilirne il prezzo.

Ovviamente non è possibile separare la mossa di as-Sadr dal perseguimento dell’Iran di due obiettivi: riprendere il controllo delle strade irachene ad ogni costo ed utilizzare gli attacchi missilistici sull’ambasciata americana per inviare un messaggio a Washington, non solo come vendetta per l’uccisione di Soleimani,  ma come ammonimento a Trump, a cui non è permesso determinare da solo le condizioni dei negoziati con Tehran.

All’infuori della possibile ricompensa iraniana, non è una sorpresa che as-Sadr abbia pugnalato alle spalle l’insurrezione. Moqtada as-Sadr e le fazioni sciite si sono accorti che l’America sta organizzando il riposizionamento delle proprie truppe ad Irbil pur di evitare un umiliante ritiro dall’Iraq. Dopo aver calcolato il costo dovuto alla perdita di credibilità nel caso in cui il confronto con i corrotti e gli infiltrati si sarebbe trasformato in uno scontro diretto contro i manifestanti, as-Sadr ha deciso di ritirarsi dall’enorme manifestazione che lui stesso aveva richiesto ed aveva invitato a porre fine a quella che ora chiama occupazione americana.

Ribadiamo che non è un’esagerazione dire che ogni tipo di corruzione ha bisogno di sponsor e di protezione; senza protezione come sarebbe riuscita a diffondersi lungo il corso di 16 anni? Chi se non le guardie dell’infiltrazione iraniana possono, con la loro cieca lealtà, garantire l’impunità dei ladri che hanno depredato le ricchezze irachene e le hanno condivise con il loro protettore per alleviare le pressioni delle sanzioni americane sul regime della Guida Suprema e delle sanzioni internazionali sul regime di Assad?

Mentre gioca la carta del dialogo e della riappacificazione con i vicini del golfo, Tehran incoraggia le milizie presenti a Baghdad a bombardare l’ambasciata americana, poiché ritiene che Trump sia troppo impegnato con i problemi di politica interna. Accetterà Trump un’umiliante uscita da Baghdad proprio a distanza di mesi dalla battaglia per il rinnovo del mandato?

La classe politica irachena ha commesso molti peccati ed è sufficiente che le Nazioni Unite la condannino per aver represso ferocemente l’insurrezione; Tehran ha scommesso molto sulle milizie; Trump invece ha perso la sua scommessa, avendo creduto di poter mettere in ginocchio l’Iran eliminando la mente dei suoi piani e chiudendo le sue arterie economiche con le sanzioni. Tutti sono nei guai e as-Sadr farà forse scoppiare una nuova guerra civile se continua a distruggere l’intifada accusandola di corruzione dopo aver sentito chi per le strade lo accusa di essere un “traditore”.

Vai all’originale

[ [i] Il primo febbraio 2020 Mohammad Tawfiq Allawi viene eletto nuovo ministro, incontrando il favore di as-Sadr e il malcontento dei protestanti, che richiedono invece un candidato politicamente indipendente non legato quindi all’attuale élite politica. N.d.R.]


Redazione

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