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Iran, intervista a Keywan Karimi, regista condannato a 223 frustate e 6 anni di carcere

Intervista di Katia Cerratti

In Iran si può essere arrestati anche solo per aver pensato di realizzare un’idea. Che si tratti di un giornalista, di un poeta o di un regista, non ha importanza, ciò che conta è che la sicurezza nazionale e la sacralità dell’Islam non vengano messi in pericolo e poiché la libertà di espressione risulta essere il peggior nemico del regime, ecco che la repressione si fa sempre più feroce verso chi la difende. È già successo al regista Ja’far Panahi e a molti altri e ora è la volta di Keywan Karimi, giovane documentarista curdo iraniano condannato a sei anni di carcere e 223 frustate per il film documentario “Writing On City”, realizzato quest’anno, di cui è stato diffuso soltanto il trailer. Un racconto storico-sociologico per immagini, realizzato osservando i graffiti per le strade di Teheran, attraverso il quale Karimi documenta l’Iran a cavallo tra la rivoluzione del ’79 e il movimento dell’Onda Verde, nato dalle manifestazioni del 2009 contro la rielezione di Ahmadinejad. Pluripremiato a livello internazionale, Karimi è autore inoltre di “Broken Border”, breve documentario sul contrabbando di petrolio al confine tra Iran e Iraq, per il quale ha ricevuto la Menzione Speciale della Giuria al Tolfa Short Film Festival nel 2012 e premiato al Beirut International Film Festival, e di “The Adventure of married couple” , breve fiction del 2013 sui problemi di coppia, ispirata a un’opera di Calvino.

Karimi è ancora libero ma è in attesa di sapere se la sentenza verrà confermata nelle prossime settimane. Intanto la mobilitazione internazionale è sempre più imponente, alcuni europarlamentari hanno lanciato una petizione inviata il 27 ottobre al presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Hassan Rohani, chiedendo l’annullamento della pena in funzione del Patto internazionale sui diritti civili e politici ratificato anche dall’Iran. A Roma inoltre, l’organizzazione no profit Iran Human Rights Italia, oltre a lanciare una ulteriore petizione, ha programmato un evento per giovedì 12 novembre presso la Casa del Cinema, dal titolo “Riprese proibite”, dove attivisti per i diritti umani e mondo dello spettacolo, si incontreranno per salvare il regista.

Malgrado lo stillicidio emotivo a cui immaginiamo sia sottoposto in attesa della sentenza definitiva, Karimi, con estrema disponibilità, ci ha concesso un’intervista per aiutarci a capire quanto sta accadendo in Iran. Lo ringraziamo e ci auguriamo che possa presto tornare a produrre senza bavagli.190324_174166709301004_7301551_n

La Corte islamica rivoluzionaria ti accusa di “propaganda contro il governo” e “offesa alla santità religiosa” per i tuoi film e per aver stretto la mano di una donna che non era tuo parente. Tutto questo malgrado i regolari permessi concessi dall’università per realizzarli. Come lo spieghi?

Il 13 ottobre 2015, sono stato condannato dalla Corte Rivoluzionaria a sei anni di prigione e 223 frustate per “propaganda contro il sistema” e “insulti alle santità religiose”. Sono stato accusato di aver insultato il regime per una clip musicale e un documentario trovato nell’hard disk, che non era stato utilizzato nel film, né condiviso online. Il motivo è il mio film intitolato “Writing On City”. Dicono che è una propaganda contro il governo. Ha graffiti e pittura murale che risalgono a 100 anni fa a Teheran. È la storia di un muro e di come esso riflette quello che è successo nella società. Alcune immagini e foto d’archivio sono relative a un certo periodo dell’Iran che il governo odia. Ad esempio, vi è un riflesso di quello che è successo durante la rivoluzione verde di sei anni fa. In alcune sezioni, vi è un mix di musica, foto e voce fuori campo. Questo è problematico per loro! Tra marzo 2014 e settembre 2015, ho fatto otto comparizioni in tribunale. Nessuna prova è stata trovata contro di me. Il 22 settembre 2015, sono stato richiamato in tribunale e dopo che mi hanno assicurato che le accuse contro di me sarebbero cadute, sono stato mandato a casa. È stato fatto appello per l’ultima condanna e richiederà diverse settimane di tempo.

Si parla di te su tutte le testate internazionali e il sostegno di parlamentari europei, intellettuali e cineasti nei tuoi confronti è stato imponente. A che cosa è dovuto questo forte coinvolgimento?

Non so, si dovrebbe chiedere loro, ma la gente ha avuto un comportamento benevolo e umano nei miei confronti. Ho tanti amici in molto paesi, incontrati prima nei Festival, che mi sostengono, naturalmente anche tanta gente che non ho mai il tempo di incontrare e che mi supporta con l’invio di e-mail e messaggi su Facebook. Mi piace il mio mondo e la gente che ci vive.

Che cosa significa essere curdi in Iran?

Sono di origine curda. In Kurdistan penso di poter fare qualcosa per rendere migliore la vita del mio popolo o almeno della mia famiglia. La condizione del popolo curdo nella società iraniana, ha cambiato volto da tre anni. Sì, forse 30 anni fa molte persone pensavano a noi come a un popolo violento e separatista, ma ora il popolo curdo sta cercando di cambiare volto, confrontandosi con la gente, all’università e nei media, abbiamo la speranza nel futuro, cerchiamo di avere più spazio al potere, nell’economia, nella cultura, nella politica. Ci relazioniamo con persone al di fuori dell’ambito curdo.

L’accordo sul nucleare aveva fatto ben sperare in un’apertura di Rohani anche su altri fronti, invece, soprattutto sul versante dei diritti umani, la situazione è peggiorata, la repressione nei confronti dei giornalisti è diventata sempre più aspra. Perché? Cosa teme il regime?

814503673_49714È l’effetto dell’accordo, come le scosse di assestamento del terremoto. È normale, io penso che in un futuro prossimo tutto migliorerà. In realtà, il governo iraniano dopo la rivoluzione ha cercato di presentarsi come anti imperialista, si è fatto nemico gli Usa, quindi è difficile adesso avere un accordo con l’ex nemico se qui abbiamo molti slogan, obiettivi e ideali. Credo nella Rivoluzione iraniana del ‘79 perché l’ha fatta il popolo, cerco di lottare per l’ equalizzazione nei miei film e riflettere la vita della classe lavoratrice, davvero mi piacerebbe che tutto cambiasse e che avessimo migliori condizioni per qualsiasi cosa, il mio punto di vista del mondo è l’equalizzazione per tutti, ma come socialista mi preoccupo per l’estensione del liberalismo iraniano che cerca di rendere più profondo il divario tra le classi. Comunque non preoccupatevi, questo accordo permea ogni cosa, perfino il nostro letto personale. È così che va il mondo, purtroppo.

Dalla Rivoluzione del ’79 al movimento dell’Onda verde del 2009, cosa è cambiato in Iran e come sono cambiati i giovani?

Molte cose sono cambiate, ma io credo che la storia si ripeta “prima come tragedia, poi come farsa”. I movimenti sono gli stessi in tutto il mondo, basta ricordare Maggio ‘68 e ora.

Il carcere di Evin evoca immagini di torture. Puoi raccontarci la tua esperienza nei 12 giorni in cui sei stato tenuto in isolamento?

Sono stato tenuto in isolamento nel carcere di Evin dal 14 al 26 dicembre 2013, quando sono stato rilasciato su cauzione. La mia esperienza non è stata brutta e terribile, non posso dire una bugia, ho sentito parlare di quello che dici, ma io sono rimasto in isolamento, ho avuto tre pasti al giorno e l’uso del WC ogni volta che ne avevo bisogno, ogni giorno potevo stare mezz’ora fuori e camminare, naturalmente sono stato interrogato, ma non ho visto l’immagine che il mondo ha del carcere di Evin, no. Posso immaginare giorni terribili in tutte le carceri nel mondo.

Tu sostieni di non voler lasciare l’Iran. Quale futuro immagini per te e per il tuo paese?812224227_40120

Sì, perché io sono un produttore basato sulla mia società. Il mio attore, la mia storia, il punto di vista della mia telecamera sono basati qui. Se lascio qui (Teheran), io sono fuori dalla mia fonte di pensiero. Ma mi piace avere esperienze in altri paesi per la mia vita o per fare film. Inoltre, io sono attivista. Quindi, per me, ricostruire il mio paese è una questione importante. Ogni giorno combatto con tutto in Iran. Come ho detto prima, siamo produttori di guerriglia urbana. Quindi, continuiamo a fare film. Ad esempio, usiamo una piccola telecamera. Invece degli attori, usiamo le persone normali. Ci avvaliamo di un piccolo team. Per le riprese in strada usiamo il certificato dei nostri amici. Sì, lo so, è così difficile, forse resterò deluso, ma devo provare. Da tre anni la mia vita come regista è molto disagiata, avevo un progetto dal titolo “Rashid”. C’era un lungo documentario nel mio hard disk. Loro lo hanno rotto. Così, ho perso uno dei miei nuovi lavori dopo “Writing On City”. Come ci si può sentire dopo? Ho perso tutte le mie foto personali, comprese quelle della mia infanzia. Come ci si può sentire dopo? Ho lavorato per due anni al mio film, “Writing On City”, ma non ho potuto inviarlo ovunque, in qualsiasi festival. Tutti questi eventi hanno lasciato un impatto sulla mia vita e sul mio lavoro. Eppure, mi alzo in piedi e continuo a camminare. Spero che il mio paese faccia lo stesso.

 

Il trailer di  “Writing on city”, il video incriminato


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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