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Il linguaggio della guerra: Houthi e Daesh

Di Halla Diyab. Al-Arabiya (4/04/2015). Traduzione e sintesi di Giusy Regina.

Le immagini di violenza che interessano soprattutto le regioni di conflitto mediorientali, sono accompagnate dall’uso crescente di una retorica altrettanto violenta. Immagini e retorica adottate sia dai ribelli sciiti Houthi in Yemen che da Daesh (ISIS) in Siria, Yemen e Iraq  stanno promuovendo estremismo religioso e ideologico.

La strategia della violenza tessuta da questi gruppi estremisti ha sposato discorsi e spettacoli visivi altrettanto violenti, al fine di garantire massima risonanza e diffusione del loro messaggio in tutto il mondo.

Secondo la Mezzaluna Rossa, organizzazione umanitaria internazionale, gli atti di violenza inflitti dai ribelli Houthi hanno sradicato ben 10.000 famiglie, ucciso 150 persone durante i combattimenti con le tribù nelle zone di Amran, incrementato la divisione settaria nello Yemen.

Il leader dei ribelli yemeniti Abdul-Malik al-Houthi, nel suo recente video di risposta agli attacchi sauditi, ha definito i raid stranieri come “invasione e guerra contro il popolo yemenita”, nonché come una manifestazione fisica del male che le potenze occidentali stanno perpetrando nello Yemen.

Abdul-Malik parla dunque di “popolo yemenita”, sottolineandone così l’unità e lo status di nazione, una nazione bersaglio delle incursioni aeree saudite, bypassando il caos creato dagli Houthi che egli rappresenta e dimenticandosi che quegli attacchi stranieri sono stati “provocati” proprio dai suoi ribelli.

Utilizzando una sintassi ben congeniata insomma, il leader Houthi sta cercando di spostare l’attenzione dai loro crimini, incutendo nel popolo yemenita la paura di divenire prede degli stati stranieri e di uteriori invasioni esterne. Con l’obiettivo di giustificare la sua guerra settaria sotto l’apparenza di un impulso nazionalistico per proteggere il popolo dello Yemen, le parole di Abdul-Malik e il suo modo di gesticolare (ad esempio l’uso continuo di gesti minacciosi puntando il dito indice durante il video), sottolineano il contrasto tra “noi” popolo yemenita e “l’altro” l’invasore.

L’uso della violenza attraverso la sintassi è ampiamente utilizzato anche dai militanti di Daesh (ISIS) in Iraq, Siria e Yemen. Con la consapevolezza che la retorica diventa violenta nel momento in cui anche un atto fisico di violenza è verbalizzato, anche Daesh la usa con orgoglio.

A differenza dei ribelli Houthi, che vedono la diffusione del loro linguaggio personificata nel leader Abdul-Malik al-Houthi, i jihadisti di Daesh non sono vincolati ad una retorica muta o unilaterale. Commettendo pubblicamente atti brutali e poi parlandone, rompono quel silenzio dell’anonimato che permette al significato di ogni parola o gesto violento di ricadere sulle loro identità come individui. Ad esempio, il terrorista Jihadi John parla nella telecamera mentre decapita le sue vittime, che aveva fatto precedentemente sfilare davanti alla macchina da presa.

Una delle caratteristiche che Houthi e Daesh condividono a riguardo è la negazione. Ad esempio, l’ufficiale Houthi Mohammed al-Bukhaiti aveva negato che i ribelli Houthi avessero preso di mira Aden, dichiarando che stavano solo “difendendo il Paese da militanti islamici”. Questa operazione di negazione consente ai gruppi di mantenere alti fiducia e appoggio delle comunità locali. Se durante questa fase di negazione le loro azioni violente vengono denunciate a livello internazionale, sia Daesh che gli Houthi dichiarano che l’atto di violenza è stato fatto in nome di una qualche giustizia.

L‘adozione e lo sviluppo del discorso violento, unito ad immagini efferate, risulta estremamente dannoso se si considera il suo effetto sulla psiche collettiva globale. E non può e non deve essere sottovalutato visto il suo potere di alimentare la paura e l’odio nella popolazione mondiale, con effetti che dureranno per molto tempo.

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Giusy Regina

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