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“Alfabeto arabo-persiano. Quando le parole raccontano un mondo” di Giuseppe Cassini e Wasim Dahmash

Dal blog Con altre parole di Beatrice Tauro

Alfabeto arabo-persiano Quando le parole raccontano un mondo” di Giuseppe Cassini e Wasim DahmashIl libro di cui ci occupiamo oggi è alquanto singolare. Si tratta di un saggio che, attraverso l’analisi di 61 parole chiave (due per ciascuna lettera dell’alfabeto arabo e una per le lettere di quello persiano) racconta il mondo arabo e in particolare gli aspetti più caratteristici dell’Islam.

Un volume che, soprattutto in questi tempi di ostracismo e di intolleranza verso questo pezzo di mondo, può aiutare a comprendere l’importanza della cultura araba, anche nella costruzione del mondo occidentale. Infatti, come ci ricordano gli autori, l’identità europea si è formata proprio grazie all’avvento dell’Islam: le conquiste degli arabi spinsero i popoli della sponda settentrionale del Mediterraneo a riconoscersi come abitanti di un continente a sé stante, l’Europa, e a plasmarne l’identità.

“Alfabeto arabo persiano”, edito da Egea, è strutturato in modo tale che ogni lettera formi un capitolo a sé. I vari capitoli sono poi inframezzati da testimonianze dirette di uno dei due autori, Giuseppe Cassini, che ha ricoperto numerosi incarichi diplomatici in diversi paesi del mondo arabo, fra cui il Libano di cui è stato ambasciatore dal 1998 al 2002. Il coautore Wasim Dahmash ha insegnato lingua e letteratura araba alle università di Roma e di Cagliari.

Abbiamo scelto alcune parole “chiave” che spesso vengono associate al mondo dell’Islam, e non sempre nella loro corretta accezione.

Umma, comunità. La comunità è stata una aspirazione per l’Islam fin dalle sue origini, auspicando l’unione dei fedeli così come i figli si legano alla madre. Ed infatti umma, comunità, e umm, madre, hanno la medesima radice. Un vocabolo, umma, che ritroviamo anche in altre lingue che hanno avuto origine prima dell’arabo, come l’accadico, l’aramaico, l’ebraico.

Purtroppo il tema della umma, della comunità come unione di fedeli, è stato ben presto oggetto di discordia nel mondo islamico. “Nella memoria collettiva è sempre vivo il ricordo dell’epoca in cui dal Marocco all’India si poteva viaggiare senza veri ostacoli che non fossero quelli naturali. In quella vastissima economia-mondo gli scambi erano facilitati da una religione maggioritaria, l’Islam, e da una koinè linguistica, l’arabo. L’aspirazione dei credenti verso una vera e unitaria umma islàmiyya pareva quasi realizzata. Oggi invece? Basta aprire una carta geografica per mettersi le mani nei capelli.Alle Conferenze di Sèvres (1920) e di Losanna (1923) i vincitori si spartirono l’ex Impero ottomano in sfere d’influenza, inventando nuovi Stati e nuovi confini. La Gran Bretagna ritagliò un Iraq a misura dei propri interessi e mise sul trono un re hashemita, Faysal, che a Baghdad non era mai stato. Inoltre, manovrò per creare nel Golfo delle petro-monarchie ritagliate a suo piacimento, mentre negava al Kurdistan il diritto di esistere. Intanto la Francia ricavava dalla Siria una enclave a maggioranza cristiana, il Libano. Poco dopo l’Inghilterra creava in Palestina uno Stato per gli ebrei europei. Nel Nordafrica due vaste regioni che fin dall’Impero romano erano sempre state distinte – Tripolitania latina e Cirenaica greca – furono riunite sotto il nome di Libia.”

Argomento questo che induce a riflessioni più profonde anche in merito ai temi legati alle evoluzioni geopolitiche dei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, con i risvolti migratori che tanto dibattito suscitano in questo nostro tempo.

Jihàd, sforzo. E’ un termine che nella percezione comune ha acquisito un significato molto lontano dall’originale, spesso usato a sproposito per indicare guerra e azioni terroristiche da parte di fanatici dell’Islam. Jihad in arabo significa sforzo “È un concetto basilare nel diritto islamico perché attiene all’arduo lavoro di interpretare la parola di Dio nei sacri testi, non sempre chiari di per sé”. Questo ci fa comprendere come l’interpretazione che i gruppi terroristici ne hanno fatto sia lontana da quella originaria della dottrina islamica.

Altri due termini molto interessanti sono Halal/Haram, lecito/illecito. Si tratta di due vocaboli con un importante e pesante significato nell’ambito dei precetti dell’Islam in quanto definiscono, appunto, ciò che è permesso e ciò che invece non lo è nell’ambito della religione e delle sue regole sociali.

Si sa che fatta la legge, trovato l’inganno. Già agli albori del diritto islamico apparvero volumi sui modi di aggirare i divieti: i «libri degli stratagemmi» divennero una vera e propria letteratura su ogni questione, dalle relazioni sessuali al commercio. Oltretutto, lecito e illecito nella legge islamica non trovano necessariamente corrispondenze nelle leggi dei Paesi musulmani. Per esempio, la poligamia è lecita nel diritto islamico e vietata in molti Paesi islamici. Inversamente, sarebbe haràm produrre, distribuire e bere vino; ma i musulmani non hanno mai smesso di bere. La letteratura medievale è piena di aneddoti sul vino e la poesia bacchica costituisce parte importante del patrimonio poetico”.

Chiudiamo questo breve, e non certo esaustivo excursus, con la parola nackba, catastrofe, che viene usata per indicare l’enorme catastrofe che si è abbattuta sul popolo palestinese quando nel 1948 venne fondato lo stato di Israele e iniziò la incessante invasione della terra di Palestina e il programmato intervento di pulizia etnica. La nakba è stata raccontata nel mondo arabo con ogni mezzo, romanzi, poesie, canzoni, saggi. E’ un argomento che suscita profonde emozioni nell’immaginario collettivo della grande nazione araba.

Chiudiamo con un breve cenno alle lettere persiane e al singolare inserimento della lettera “pe” nell’alfabeto persiano, di derivazione araba: un inserimento reso necessario per pronunciare la parola “pahlavi” (lingua matrice del farsi moderno).

Ciador, velo. E’ forse la parola persiana più conosciuta al mondo, da non confondere con il niqab che è altra tipologia di copertura femminile integrale, ad eccezione degli occhi, in uso in Arabia Saudita. Va distinto altresì dal burqaafgano e dall’hijab.

«O Profeta! Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e che non vengano offese.» Da questa Sura nasce l’obbligo per le donne musulmane di coprirsi, di proteggersi dalle potenziali offese maschili. Il velo era comunque un indumento utilizzato dalle donne dell’antica Mesopotamia, dell’antica Persia e poi anche dalle donne dei paesi che affacciano sul Mediterraneo, come strumento per distinguersi e definire la propria rispettabilità.

L’interessante lettura di “Alfabeto arabo-persiano” può continuare alla scoperta delle lettere dell’alfabeto arabo e di quello persiano che ci aiutano a scoprire e a comprendere un mondo troppo spesso non raccontato per quello che realmente è.

 


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