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Il terrorismo ambiguo della Tunisia

Tunisia terrorismo

Di Samir Hamdi. Al-Arabi al-Jadeed (26/11/2015). Traduzione e sintesi di Claudia Negrini.

Nella notte del 24 novembre, nel cuore della capitale tunisina, un’operazione terroristica ha preso di mira il pullman della scorta presidenziale, toccando da vicino la sensibilità e l’interesse dei cittadini. Nonostante non sia la prima operazione di questo tipo, quest’ultima ha superato l’attacco al museo Bardo, quello all’hotel a Sousse e altri, che l’opinione pubblica considera episodi isolati, legati a realtà lontane, come le società nomadi delle montagne o i pastori di villaggi isolati. Quest’ultimo evento ha caratteri diversi, come il luogo, il boulevard Mohammed V, arteria centrale della capitale, e l’obbiettivo, costituito dal pullman della guardia presidenziale.

Il terrorismo così come lo conosceva la Tunisia, con le sue molte sfaccettature, è iniziato nel 2005 nella città di Sulayman, e si è modificato portando a termine azioni diverse come omicidi di personalità politiche, esecuzioni di uomini della sicurezza e di cittadini e l’inclusione di alcuni soggetti all’interno di organizzazione terroristiche, violente, che vogliono diffondere il caos e, appunto, il terrore. Il terrorismo non possiede, di per sé, un’alternativa politica o ideologia reale e non può costituire un programma di redenzione sociale, ma è solo un tentativo di permettere ad alcuni disperati o antisociali di auto-realizzarsi, vendicandosi sulla società a cui appartengono. Inoltre, il terrorismo non si misura in base ai risultati politici, bensì dal grado di assurdità che raggiunge, assurdità che può prendere le sembianze anche di una tunica religiosa, rivestita di fatawat di diritto musulmano e espressioni sciaraitiche.

Il terrorismo in Tunisia è riuscito a occuparsi del popolo in maniera totale, ampliando così sia le possibilità di vittoria, ma a anche la capacità effettiva di porre fine a molti comportamenti sbagliati che hanno permesso la sua nascita e la sua continuazione. È riuscito, però, a penetrare nella sfera politica, avendo la possibilità di destabilizzarla dall’interno, facendo piombare il paese nel caos. Anche se ci sono alcuni punti oscuri, è evidente che desidera contrastare il processo politico tunisino e distruggere il sogno di libertà della maggior parte del popolo tunisino. Il terrorismo può legarsi alla religione fondamentalista o all’agenda politica dell’anti-rivoluzione, ma in entrambi i casi, questo getta il popolo nella disperazione e lo fanno dubitare della transizione democratica, convincendolo che la sicurezza sia la cosa più importante, allontanandolo così dalle richieste di libertà che erano state centrali durante la Rivoluzione dei Gelsomini del 2011.

È impossibile stupirci dell’armamento di queste organizzazioni e tanto meno impedirlo, anche se provoca morti, azioni suicide e lo svuotamento delle spiagge tunisine. Non è possibile impedire la volontà dell’individuo di un attacco suicida, perché le forze di sicurezza non possono controllare la morte altrui, se un terrorista ha già preso la sua decisione. Di qui nasce l’importanza di investire nella collaborazione con i dossier del terrorismo, nonostante le complessità e gli ostacoli.

Questo “cancro” sociale e politico collabora con il contrabbando e interferisce nella politica economica, favorendo la corruzione, le disuguaglianze sociali e l’emarginazione. Nonostante l’importanza delle misure di sicurezza che sono stati annunciate, come l’adozione dello stato di emergenza e il coprifuoco imposto per un periodo determinato, i fatti dicono che è impossibile evitare completamente il terrorismo e le sue conseguenze devastanti. Il terrorismo in Tunisia, e nei paesi arabi, è il risultato di anni di politiche fallimentari dei regimi politici dopo l’indipendenza, e non è vero che è stato prodotto delle rivoluzioni.

Questo terrorismo ambiguo, che cerca di colpire la base della società e di trascinare la situazione politica verso il caos, arrivando a quello che la letteratura chiama “Stato selvaggio”, è ciò che spiana la strada verso l’imposizione di entità e “principati della violenza”, ma non vuole portare il popolo tunisino, né di altri paesi arabi, a provare sfiducia nel futuro e nostalgia per l’epoca del regime. Sicuramente  non è una scelta del popolo, quella di trovarsi a scegliere tra una tirannia brutale e gli orrori del terrorismo. Ciononostante i cittadini vanno verso il futuro, con la speranza di riuscire a costruire una società più giusta ed equa.

Samir Hamdi è uno scrittore e ricercatore tunisino. È professore di filosofia e scienze umane all’università di Sfax, Tunisia.

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Claudia Negrini

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