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La Tunisia e l’esportazione del terrorismo

Di Mohammed al-Haddad. Al-Hayat (19/07/2015). Traduzione e sintesi di Alice Bondì.

Secondo il rapporto pubblicato di recente dalle Nazioni Unite sul fenomeno dei foreign fighters, la Tunisia occupa una posizione di rilievo tra gli esportatori del terrorismo nel mondo. Il rapporto stima che i tunisini dispiegati in diversi focolai di crisi in tutto il mondo sono circa 5.800, per lo più schierati in Siria (4.000 combattenti), in Iraq e in Libia.

Dopo l’attentato terroristico di Sousse, nel corso di una seduta parlamentare il capo del governo ha annunciato che le autorità di sicurezza hanno impedito a circa 15 mila giovani di viaggiare con l’accusa che potessero far parte di alcune reti jihadiste. Il ministero degli Interni ha fermato circa 8.000 persone sospettate e ha identificato più di 600 persone che sono tornate in patria. In realtà, molti di questi verranno rilasciati, perché non è facile dimostrare l’effettiva attività terroristica un volta tornati in Tunisia e viaggiare o programmare un viaggio non è di certo un crimine.

Questi dati spaventosi, in un Paese in cui avevamo sperato che esportasse democrazia e non terrorismo, necessitano di alcune osservazioni. 

In primo luogo, il rapporto delle Nazioni Unite conferma che il fenomeno dei foreign fighters è notevolmente aumentato dopo la rivoluzione, perché alcuni tunisini sono stati incoraggiati dai partiti al potere nelle loro “missioni” jihadiste all’estero, senza pensare alle terribili conseguenze del loro ritorno in patria. Com’è possibile che non abbiano tenuto conto delle conseguenze di tali incoraggiamenti, ben sapendo quello che è accaduto dopo la fine della “jihad” in Afghanistan o in Algeria negli anni Novanta?

In secondo luogo, il rapporto indica che l’età di combattenti varia dai 18 ai 35 anni. Tutti loro, quindi, fanno parte della generazione che ha conosciuto unicamente le politiche educative, culturali e religiose di Ben Ali. Durante il suo regime, gli attacchi terroristici erano stati limitati, ma l’ex presidente non è stato comunque in grado di sradicare l’idea del terrorismo dalle menti di alcuni giovani, poiché lo Stato è intervenuto unicamente tramite gli apparati di sicurezza.

In terzo luogo, il rapporto delle Nazioni Unite valuta gli sforzi dell’attuale governo nella lotta contro il terrorismo e invita la Tunisia a prendere parte alla risoluzione delle Nazioni Unite 2178 e in particolare a concentrarsi sul rispetto dei diritti umani e sulla cooperazione internazionale nello scambio di informazioni e di esperienze legate al terrorismo; tuttavia, le autorità tunisine non hanno una strategia nazionale di lotta contro il terrorismo, né un piano d’azione per affrontare il fenomeno dei foreign fighters. Il primo ministro, consapevole di questo problema, si sta apprestando ad organizzare una conferenza nazionale per la lotta contro il terrorismo, prevista per l’autunno del 2015, per presentare le strategie degli apparti di controllo nazionali. Sarebbe opportuno che queste strategie non fossero una combinazione di due visioni improprie, una nostalgica delle politica del vecchio regime, e un’altra che ripete di nuovo gli errori del governo di Ennahdha.

Il capo del governo dovrebbe scongiurare il ritorno ad una linea politica dura, non solo perché questa sarebbe in contrasto con le disposizioni della Costituzione e con le caratteristiche di una governance democratica, ma anche perché sarebbe ormai impossibile da attuare, viste le debolezze strutturali degli apparati statali.

La cosa più pericolosa in questa politica è che i giovani delle classi sociali meno abbienti sono una facile preda per le reti terroristiche e il capo del governo avverte, facendo propaganda, che il dilagare del terrorismo in Tunisia è stato provocato dalla repressione che i movimenti politici religiosi hanno subito durante l’era di Ben Ali o, probabilmente, dall’interruzione della tradizionale formazione religiosa con Bourguiba. Tuttavia, in tutto il mondo musulmano sono presenti le istituzioni religiose tradizionali e i partiti religiosi e questo non ha impedito la diffusione del terrorismo nelle rispettive regioni, basti pensare all’Egitto di Hosni Mubarak, con Al-Azhar e gli 88 deputati dei Fratelli Musulmani in Parlamento.

Il fenomeno del terrorismo si è aggravato a causa dell’assenza di democrazia e di giustizia sociale, e non per la repressione dei partiti religiosi.

In quarto luogo, le autorità dovrebbero prendere in considerazione l’opinione pubblica e adottare una politica equilibrata sulle questioni religiose. Ad esempio, non è giusto chiudere alcune moschee controllate estremisti e lasciare che i canali televisivi, durante il mese di Ramadan, trasmettano programmi provocatori per i sentimenti religiosi della gente.

Se il capo del governo vuole riuscire a sviluppare una strategia nazionale contro il terrorismo, si deve aprire a nuovi approcci ed ascoltare opinioni diverse. Ma se rimane prigioniero dei suoi alleati al governo, la prossima conferenza potrebbe diventare una mera operazione di propaganda, che non sarà in grado di saziare le bocche affamate.

Mohammed al-Haddad è giornalista per Al-Hayat.

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Roberta Papaleo

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