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Il ruolo dei social media in Siria

Zoom 20 ott SiriaHaaretz (19/10/2013). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Dopo due anni e mezzo, tra la confusione, lo spargimento di sangue e lo stallo della guerra civile in Siria, c’è un fatto che spicca sul resto: nessun conflitto è mai stato seguito in questo modo.

Qualsiasi videoamatore dotato di uno smartphone, di un accesso a internet e ansioso di inviare un messaggio al mondo, ha attirato l’attenzione globale sulla guerra tramite YouTube, Twitter e gli altri social network.

Visti i grandi rischi corsi dagli inviati sul posto, i media internazionali sono stati costretti a seguire gran parte del conflitto dall’esterno, servendosi soprattutto della grande mole di video amatoriali. Non c’è dubbio che questi filmati abbiano documentato i dettagli di eventi sanguinosi e distruttivi, fornendo un assaggio degli orrori della guerra.

“In passato, se i media non erano presenti al fatto, era come non fosse mai successo niente”, afferma Yuval Dror, a capo del programma di comunicazione digitale presso il College of Management Academic Studies di Israele. Il fenomeno dei videoamatori che documentano da soli la guerra “sta cambiando le regole del conflitto. Non ci sono restrizioni: è economico, è facile e non c’è bisogno del permesso di nessuno”, spiega Dror.

Oggi, quasi tutte le zone occupate dall’opposizione hanno un ufficio media dotato di videocamere ad alta definizione, connessioni satellitari e software per upload sicuri, molti dei quali sostenuti da finanziatori del Golfo. Da parte sua, il governo e i media statali pubblicano regolarmente immagini e video di bombardamenti e massacri per mano dei ribelli.

Questi video, dunque, costituiscono delle armi a doppio taglio: da un lato, forniscono uno sguardo sulla guerra e sui massacri che sarebbero potuti rimanere ignoti; dall’altro, possono mostrare una realtà distorta. Ciò rende difficile il compito di distinguere la realtà dalla propaganda.

Dall’inizio delle ribellioni nel 2011, in Siria è stato imposto un blackout totale, espellendo giornalisti stranieri. Il governo continua a limitare i movimenti dei media locali ed esteri. I giornalisti che si intrufolano nei territori dell’opposizione attraverso la Turchia affrontano il rischio di arresto, rapimento, ferimento e morte. Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti, la Siria è il posto più pericoloso del mondo per un inviato: solo nel 2012, almeno 28 giornalisti sono rimasti uccisi e 21 rapiti dalle varie fazioni del conflitto.

La proliferazione di video amatoriali è un fatto ancora più impressionante se si considera che la Siria è stata per molti anni una società molto chiusa. Secondo Yuval Dror, l’assenza di media più tradizionali ha spinto i cittadini a cercare di riempire questo vuoto: “È diventato quasi un mezzo di sopravvivenza per loro. Se il mondo non sapesse, non agirebbe”.

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Roberta Papaleo

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