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Tunisia: Ennahdha o la strategia del camaleonte

Ghannouchi tunisia

Di Frida Dahmani. Jeune Afrique (22/02/2016). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

“Lasciamo il governo, ma non il potere”, ha rilanciato Rached Ghannouchi, presidente di Ennahdha nel gennaio 2014, quando il governo troika, sotto la pressione della strada e l’iniziativa del dialogo nazionale, ha dato le redini del paese a un esecutivo di tecnocrati. Non era né una profezia, né un vanto e tanto meno una minaccia, ma un messaggio volto a ribadire il ruolo centrale di Ennahdha nel gioco politico.

Colpevole di aver condotto il paese sull’orlo del collasso nel 2013, il partito non è sparito. È la capacità di adattamento degli islamisti tunisini. Ennahdha adotta un basso profilo, anche perché è consapevole che i suoi successori non sanno fare di meglio, e re-indirizza le proprie priorità: le legislative dell’ottobre 2014 e la revisione della sua strategia in vista della riconquista del potere. Una revisione tanto più necessaria dal momento che la situazione è cambiata.

A livello internazionale, il jihadismo, i conflitti in Siria e in Libia, la deriva e la caduta dei Fratelli Musulmani egiziani hanno portato l’Occidente a riconsiderare la sua posizione sull’Islam politico, un tempo corteggiato. A livello nazionale, Ennahdha si trova di fronte ad un avversario di un certo calibro, Nidaa Tounes, che la soppianterà alle legislative. Intuendo il pericolo, il partito di Rached Ghannouchi ha avviato piccole manovre di riposizionamento che dovrebbero confermare il suo 10° Congresso, in programma per il mese di marzo.

La prima manovra riguarda il cambio di immagine. Occorre convincere i partner internazionali che Ennahdha non è la confraternita dei Fratelli  Musulmani e rimane un interlocutore chiave in Tunisia. Questo sarà fatto. Resta poi da spiegare ai tunisini, scottati dai suoi fallimenti, la sua ambiguità di fronte al salafismo jihadista.

Criticata per aver solo finto di governare con altri partiti – Ettakatol e il Congresso per la Repubblica – e per aver “dato le leve del paese a uomini la cui unica esperienza sono anni di carcere”, Ennahda mette a tacere i propri estremisti, chiede la formazione di un governo di unità nazionale e si appropria della strategia del consenso. Ghannouchi lavora a stretto contatto con Beji Caid Essebsi, ma anche con altri partiti politici. In effetti, la situazione economica e l’equilibrio delle forze in seno all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo sono tali che nessun partito può governare da solo. Ennahdha si allea con Nidaa e ottiene due ministeri e due segreterie di Stato. Tanto basta per esistere e rassicurare i propri militanti.

Ennahda deve ampliare la sua influenza e, dunque, la sua base elettorale. Ennahda si appresterebbe a fare una virata di 180 gradi dandosi lo statuto di partito civile attraverso la separazione della componente politica dalla predicazione con l’attività e la promozione dei valori religiosi, che diventerebbero appannaggio della società civile. Ma c’è chi difficilmente accetterebbe questo cambiamento che porterebbe a un cambiamento di nome e alla sostituzione dell’onnipotente Consiglio della Shura con un ufficio nazionale focalizzato sull’azione politica, con uno spostamento verso il centro-destra e un discorso incentrato più sui valori universali e democratici che su quelli religiosi.

Per tenersi stretti i giovani attivisti al 10° Congresso Ennahdha dovrà spiegare la strategia del consenso e identificare i passi per riconquistare il potere. Tra gli altri argomenti ci saranno: una valutazione del periodo della troika, l’esperienza della coalizione di governo, la conferma o meno della volontà di presentare un candidato alle presidenziali del 2019.

Ennahdha in abiti nuovi? La prospettiva è interessante, ma non è evidente. Le posizioni del partito su questioni sociali come la condizione delle minoranze e la pressione esercitata sulla gestione degli affari religiosi solleva dubbi sul suo reale impegno per il cambiamento.

Frida Dahmani è corrispondente in Tunisia per Jeune Afrique.

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