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“Trasportare il macigno e anche Sisifo”: racconto di un regista siriano

Di Ghaftan Ghanum. Al-Araby (13/11/2014). Traduzione di Claudia Avolio.

In copertina un’opera dell’artista siriano Houmam al-Sayed (2014)

Non m’importa di essere il numero 1234, il 4567, oppure nessuno dei due. Non fa alcuna differenza quando ti ritrovi ad essere un rifugiato in un Paese europeo.

Prima d’ora ho posseduto molti nomi nel corso della Storia. Ho viaggiato e ho percorso il mio Paese senza aver paura dell’artiglieria né degli aerei. L’unica cosa che temevamo erano i lupi e le iene, e andavamo a caccia di conigli ed uccelli. Ma abbiamo impresso il nome del nostro Paese sulla fronte della Storia perché tra migliaia di anni i nostri figli ereditassero la sua reputazione.

Il mio avo Sem discendente di Noè prevedeva per me un brillante futuro. Invece suo fratello Aram mi guardava con aria triste ogni volta che gli passavo davanti. Non trascorre giorno senza che ricordi il suo mesto sguardo. E forse se fosse ancora vivo i suoi occhi si riempirebbero di lacrime nel vedermi nella stiva di una lurida nave di contrabbando, salpando per richiedere asilo in Europa.

Tutta questa Storia che mi porto sulle spalle non mi avvantaggerà nell’essere accolto in un Paese straniero. Non mi serviranno le iscrizioni del Regno di Mari (antica città semitica), né l’alfabeto di Ugarit o la vittoria di Ramses II a Qadesh contro gli Ittiti. Neppure il passaggio di Alessandro Magno dal mio Paese. Allo stesso modo, non mi darebbe alcun vantaggio l’orgoglio di Zenobia la fiera (regina di Palmira) né l’ascesa al trono di Roma di Filippo di Siria con le sue conquiste storiche. Ma ciò può costituire un incentivo a non farmi accettare come richiedente asilo per ragioni di sicurezza.

Ho pagato i trafficanti con una statua di Ishtar (dea della fertilità) in cambio di un passaporto falso. Ci hanno stampato sopra una foto straniera con un nome straniero e mi hanno insegnato a parlare in una lingua che non conosco perché il mio passaggio fosse garantito.

Ne ho conosciuti molti come me, alcuni di loro nascosti in una stiva, altri coperti da una rete da pesca. Altri ancora avvolti dalla vela di una barca e alcuni erano così magri che entravano nelle crepe della nave.

Quando in un porto i controlli si sono fatti più serrati, e mi sono visto accanto alla testa i piedi di chi controllava, ho detto al mio amico: “Non rattristarti, Dio è dalla nostra”.

Ma ci hanno arrestato riportandoci indietro, da dove eravamo venuti. Ogni tentativo di collaudare le ali e penetrare l’atmosfera non è andato a buon fine: sono caduto come il mio avo Abbas ibn Farnas (scienziato e inventore che creò una macchina per il volo) e sono rimasto ucciso sopra al pennone del Paese straniero. Non mi sono servite le pinne create da uno dei miei appassionati avi nella storia dei Fenici. Sono annegato dopo che mi è passata sopra una petroliera.

Hanno trovato il mio corpo nella foto di una macchina fotografica Nikon: l’aveva scattata per caso un turista credendo che fossi un delfino che si avvicinava al gruppo in cerca di cibo.

Quante volte sono morto e quante risorto!

Non riesco a ricordare ora, perché sono come sono: la persona della geografia e della Storia il cui destino è di trasportare Sisifo con tutto il macigno.

Come sono diventato un numero e un rifugiato per motivi di sicurezza? Rispetto a questo ho preso coscienza del segreto che vi si cela: mi sono gettato alle spalle la memoria degli anziani, poi ho preso un documento e ci ho registrato sopra tutti i visti speciali per i viaggi dell’oppressione e della sofferenza attraverso cui sono passato sin dal primo schiaffo che ho ricevuto a scuola per mano dell’insegnante. Fino all’ultima pallottola che ho ricevuto al cuore per mano di un fratello.

Nonostante questo, non mi hanno accolto. E sono rimasto nel centro di raccolta per rifugiati dove mi hanno dato dei documenti temporanei in attesa di decidere sul mio caso.

Ghaftan Ghanum è un regista siriano originario di Bab Amro (Homs)

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Claudia Avolio

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