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Traffico di esseri umani, jihadismo e Europa. Intervista a Loretta Napoleoni

Intervista di Katia Cerratti

“Ragazzoni pronti per i lavori nei campi! 400,700,800…”, 400 dollari, questo il prezzo di un essere umano in Libia, venduto all’asta come merce dai mercanti di schiavi. Un orrore mostrato in un video chock della Cnn risalente all’agosto 2017, la cui autenticità è stata confermata dal reportage di Nima Elbagir che a Tripoli ha documentato vere e proprie aste di esseri umani. Un business miliardario compiuto sulla pelle dei migranti che sembra strettamente legato ad un altro fenomeno, quello del jihadismo.  I proventi del traffico di migranti, foraggerebbero infatti il terrorismo jihadista, fenomeno che dall’11 settembre a oggi, da al-Qaeda all’Isis, continua a tenere con il fiato sospeso il mondo intero e nel tempo ha solo cambiato forma, non più boing che squarciano grattacieli ma furgoni lanciati sulla folla inerme o individui pseudoradicalizzati, armati di semplici coltelli pronti a sgozzare vittime innocenti.  E se la liberazione di Raqqa del 17 ottobre scorso, sembrava aver segnato la fine dello Stato Islamico l’incubo foreign fighters è ancora presente e anche in Italia cresce il pericolo jihadista. Quanto il fenomeno sia legato al business del traffico di migranti, quali strategie adottare per combatterlo e quali errori abbia commesso l’Europa nella gestione dei flussi migratori, sono i temi trattati in questa nostra intervista con la professoressa Loretta Napoleoni, economista esperta di terrorismo internazionale.

L’ONU ha attaccato duramente l’accordo tra Ue e Italia sui migranti in Libia, in base al quale l’Unione europea assiste la guardia costiera libica nell’intercettare nel Mediterraneo e riportare indietro i migranti, accordo che l’Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani Zeid Ra’ad Al-Hussein, ha definito “disumano”.  Se è vero che sono diminuiti i flussi in entrata in Europa, è pur vero che è aumentato il numero di migranti trattenuti nei centri di detenzione in Libia in condizioni disperate.  Dove ha sbagliato l’Europa, in particolare l’Italia, nella gestione dei flussi migratori? 

Secondo me l’errore più grande è stato firmare il trattato di Dublino, perché con il trattato di Dublino ci siamo messi il cappio al collo. Se un migrante deve rimanere nel Paese in cui approda, è chiaro che noi siamo in prima linea perché non è che dall’Africa arriva in Finlandia, quindi, già quello è stato secondo me il primo errore. Perché lo abbiamo firmato? Non ne ho la più pallida idea, nel senso che mi sembra che ci sia stata proprio una svista oppure ci sono motivi che noi non conosciamo, perché quando è stato firmato noi il problema dei cosiddetti ‘vu cumprà’ ce l’avevamo già, allora perché è stato firmato? E questa è la cosa di cui non si parla, dopodiché, una volta firmato il trattato di Dublino, è chiaro che l’unica soluzione possibile era bloccarli prima che arrivassero in Italia perché una volta arrivati in Italia c’è un processo lunghissimo per decidere se  possono o non possono avere l’asilo politico, alla maggior parte viene dato l’asilo umanitario, a quelli che vogliamo rimandare indietro dobbiamo pagare il biglietto e alla fine ci costano molti soldi. Allora l’idea, di Berlusconi inizialmente, poi dei governi susseguenti, è stata quella di dire’li blocchiamo in Libia, diamo i soldi ai libici’, infatti abbiamo dato i soldi a Gheddafi prima e adesso stiamo dando i soldi a questi altri, e questi li tengono in condizioni disumane. Insomma, io l’ho scritto nel Libro ‘Mercanti di uomini’, è una cosa pazzesca.

Nel suo penultimo lavoro Mercanti di uomini, individua un filo rosso tra il rapimento di ostaggi occidentali, la crisi dei migranti e il jihadismo. Il riscatto degli ostaggi verrebbe investito nel business miliardario del traffico di migranti che, a sua volta, foraggerebbe il jihadismo. E’ ancora cosi in Africa?

Secondo me è ancora così in Africa. Adesso noi non sappiamo quanti ne arrivino esattamente in Libia, non ne abbiamo la più pallida idea, però secondo me i flussi non sono diminuiti poi così tanto, cioè, non è vero che dall’Africa orientale, occidentale, arrivi meno gente, si, magari c’è stata una piccola diminuzione però secondo me la gente scappa perché la situazione non è cambiata, quindi, in un modo o nell’altro raggiungono la Libia dove poi vengono presi e incarcerati e la raggiungono con l’aiuto dei mercanti di uomini e tra questi ci sono sicuramente i jihadisti. In Africa il jihadismo non si è fermato assolutamente, ci sono stati gli attacchi in Burkina Faso ultimamente, è un continuo, quindi , secondo me siamo in una situazione in cui, siccome li abbiamo bloccati lì, siccome abbiamo tagliato la testa all’Isis, ma fino a un certo punto perché insomma l’Isis ancora c’è in alcuni punti della Siria, specialmente lungo il confine tra la Siria e l’Iraq, a questo punto noi abbiamo detto “abbiamo vinto” ma non è vero, assolutamente no.   

 Come giudica le recenti accuse di connivenza con i trafficanti rivolte alle ONG da più fronti?

Certamente ci sono ONG che funzionano benissimo,  però sicuramente le ong hanno delle responsabilità, cioè, è diventato un business, il problema è che è tutto un business, la vita umana ha un valore che è un valore monetario, per cui  direi che non c’è nessuna differenza con quello che succedeva sotto il nazismo quando vendevano gli ebrei per soldi, è veramente sconvolgente questa cosa. Le ONG chi le controlla? Ha visto tutti gli scandali che ci sono stati, allora, c’è un organismo che controlla le ONG a livello internazionale? Chiunque può andare e creare una onlus in Italia o in qualsiasi altro altro posto e fare quello che vuole,  in questo modo si danneggia anche la cooperazione, perché ci sono tantissime organizzazioni che sono ben intenzionate, che fanno del bene e poi però si perdono in questo marasma di corruzione. Poi diventa un calderone. 

 Il 17 ottobre scorso, la liberazione di Raqqa, roccaforte dello Stato islamico, ha segnato la fine del califfato in Siria ma non ha scongiurato il rischio attentati in occidente perché ora si temono i  foreign fighters. Come spiega il fenomeno di questi combattenti?

Sicuramente, come ho scritto nel libro,  è un discorso di individui che non sentono di appartenere assolutamente a nulla, sospesi tra il mondo musulmano dal quale provengono le famiglie e l’Occidente dove sono cresciuti,  insomma, sono dei disadattati. L’Isis si inserisce come un’alternativa d’identità nazionalista, nel senso” noi siamo il vostro paese, noi rappresentiamo il vostro futuro, sarete i padri e le madri di questa nuova società ecc…”, quindi questo messaggio riempie un vuoto che è un vuoto importante dal punto di vista proprio esistenziale. Questo secondo me è l’elemento più importante, poi ci sono anche altri elementi, magari personali, c’è magari chi lo fa per vendetta o per altri motivi, ma dal punto di vista strumentale il successo è legato a questo elemento  e quindi significa che noi occidentali, l’Occidente, in realtà questa gente non è riuscito ad assimilarla, è anche in parte una nostra responsabilità, nel senso che li abbiamo presi, da bambini, profughi, però non siamo riusciti a dar loro un’identità che sia un’identità finlandese, norvegese, italiana, e via dicendo. Penso agli Stati Uniti d’America quando c’è stata la grande immigrazione degli Anni Venti, per esempio, arrivavano,  veniva cambiato loro il nome perché sennò era troppo difficile e appena entravano, diventavano americani. Chiaramente hanno avuto delle difficoltà, non è che sono arrivati lì e hanno trovato tutto pronto, però c’è stato questo processo di identità “sono tutti americani, siamo tutti americani”, da noi invece questo non è successo. Ci sono anche dei motivi economici, negli Stati Uniti c’era proprio un bisogno di mano d’opera, bisognava popolare il continente, poi c’è stato tutto il genocidio degli Indiani, insomma, erano realtà diverse. Da noi, gli immigrati sono arrivati e in realtà, non è che noi ne avessimo così tanto bisogno, cioè, magari ne avevamo bisogno fino a un certo punto, però poi sono diventati troppi. 

Lei sostiene che per contrastare gli attacchi terroristici in Europa, sia necessario lavorare all’interno delle comunità musulmane. In che modo?

Secondo me la comunità musulmana è la prima vittima di tutto questo perché è gente che assolutamente non vuole far del male a nessuno, al contrario, però si sentono costantemente presi di mira, per cui direi che se noi riuscissimo a coinvolgerli proprio nella ricerca di come evitare questo tipo di indottrinamento ma anche di integrare le nuove generazioni all’interno del sistema, allora questa è la formula vincente, però  secondo me ci vuole una decisione che è una decisione a livello proprio culturale, cioè, noi dobbiamo accettare il fatto che la comunità musulmana fa parte di questa nuova Europa, quindi noi non siamo più cristiani e basta, protestanti, cattolici o ebrei, ma noi siamo, come in tutto il resto del mondo,  mischiati, c’è una tolleranza religiosa. Questo è un discorso difficile, ci sono le tradizioni musulmane. Io penso sempre a tanti anni fa, ad Amsterdam uno mi disse:” Questi hanno comprato un appartamento, una casa accanto alla nostra, e durante la festa della ‘Eid hanno preso un agnello e lo hanno sgozzato in giardino!”. Erano completamente inorriditi da questo rito. Cioè, non è che i vicini  gli avevano dato fastidio o rubato qualcosa, però il semplice fatto che avessero fatto una cerimonia del genere nel giardino accanto li ha sconvolti. Secondo me ci voleva anche un’educazione, i grandi cambiamenti non possono avvenire in un attimo. 

In una recente intervista ha affermato che “l’esportazione della democrazia occidentale in ogni angolo del villaggio globale ci si è ritorta contro”. Cosa non ha funzionato? E’ sbagliato il principio stesso di “esportazione della democrazia o le “modalità” utilizzate nell’esportarla?

Sicuramente le modalità sono sbagliate perché la democrazia non si può esportare come un qualsiasi prodotto, va conquistata, bisogna crederci, e via dicendo. Questo al 100%. Per quanto riguarda il principio della democrazia, secondo me, come diceva Churchill, è la forma di governo meno peggiore che abbiamo, non è che poi la democrazia sia l’unica forma di governo possibile e immaginabile che funzioni, dipende, io penso che in Europa noi abbiamo una crisi di democrazia al momento, se si guarda a quello che sta succedendo nei vari paesi, gli spagnoli hanno impiegato due anni a fare un governo. Noi non si sa quanto ci metteremo. Forse questa polarizzazione  che sta avvenendo all’interno della democrazia in cui non abbiamo più il governo della maggioranza ma abbiamo il governo del 50.2%, quindi c’è la metà della popolazione che il governo non rappresenta, ecco questo secondo me è qualcosa su cui noi dovremmo riflettere, anche io non ho la soluzione sicuramente, però forse il modello va cambiato, va alterato il processo anche elettorale, va cambiato per riuscire ad arrivare a una rappresentanza che sia una rappresentanza veramente della maggioranza con protezione delle minoranze. Allora, se non funziona da noi come possiamo pretendere di esportarla? Negli Stati Uniti Trump è stato eletto però, ancora adesso, c’è un sistema elettorale per cui il Presidente non viene eletto sulla base del numero totale dei voti ma viene eletto sula base dei collegi. 

Secondo lei come finirà in Siria?

Secondo me in Siria finirà male. Io penso che la Siria diventerà, nel migliore dei casi, per noi una guerra per procura tra noi, Putin e diciamo i suoi compagni, quindi parliamo della Turchia, tra l’altro la Turchia è un membro della Nato quindi questo già dà idea di quanto complessa sia la cosa, l’Iran e via dicendo. Questo nel migliore dei casi, quindi avremo una guerra per procura attaccata a casa nostra. Nel peggiore dei casi ci potrebbe essere un confronto, un conflitto. Insomma, Putin è imprevedibile da questo punto di vista, Trump direi che è più controllabile di Putin. Cioè io sono convinta che, come Kim Jong-un, Putin se lo mettiamo all’angolo, per sopravvivere farà qualsiasi cosa. Non voglio essere catastrofista però certo non è una bella situazione, non vedo una soluzione, però andare a bombardare in questo modo senza il permesso delle Nazioni Unite, così dalla mattina alla sera, hanno deciso, andiamo, e non è successo nulla, nel senso che nessuno ha reagito. Dove sta il diritto internazionale? E allora, se non c’è più il diritto internazionale, Putin pure può fare quello che vuole. Ma vedo che alla gente non importa nulla.

 

 

 

 

 

 

 

 


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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