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Tawfiq Hakim e l’idea d’Egitto nel marzo 1978

tawfiq hakimdi Ahmed Zaki Osman (Egypt Independent 07/03/2013). Traduzione di Claudia Avolio.

Il 3 marzo 1978 il pioniere della letteratura egiziana Tawfiq al-Hakim scrisse sul quotidiano statale Al-Ahram: “Gli arabi ora hanno soldi e uomini. Non c’è dubbio che abbiano raggiunto l’età adulta e non hanno più bisogno di gravare sull’Egitto coi loro problemi”. Hakim continuò dicendo: “Per quanto riguarda l’esercito egiziano, dovrebbe essere basato sulla difesa, essere forte ed equipaggiato di armi moderne non per attaccare ed assalire, ma per proteggere la sua neutralità”. L’invito implicava che l’Egitto dovesse ignorare la strategica alleanza forgiata dall’ex-presidente Gamal Abdel Nasser col mondo arabo sin dagli anni ’50. Non prendeva in considerazione lo slogan dell’unità araba, suggerendo invece che l’Egitto potesse gestire le proprie differenze con Israele senza consultarsi con altri Paesi arabi.

L’invito di Hakim affinché gli egiziani scavassero nel proprio passato e scoprissero la loro identità causò un acceso dibattito all’epoca. Intellettuali panarabi come Yusuf Idris e Raja al-Naqqash dissero che la componente araba era parte integrante nel plasmare la moderna identità dell’Egitto. Tuttavia, altri sostennero la visione di Hakim – estensione delle nozioni d’identità dell’Egitto tipiche della “liberal era” (1919 – 1952), quando l’intelligentsia del Paese aveva sostenuto che l’antica civiltà della nazione dovesse essere d’ispirazione e strumento per formare un’identità egiziana moderna. Hafez Ibrahim, uno dei fondatori della poesia araba moderna, usò quest’ispirazione faraonica per scrivere la sua nota poesia “L’Egitto Parla Di Sé Stesso”. Vi diceva: “Tutti i popoli rimasero a guardare me che gettavo le basi della gloria da solo / E i costruttori di piramidi – molto tempo fa – parlarono per me in sfida / La mia gloria è nel profondo della Storia, chi ha la mia stessa gloria?”. Nel frattempo, Naguib Mahfouz iniziava la sua carriera scrivendo romanzi che esploravano temi dell’antico Egitto, come Lo scherzo dei destini (1939) e Rhadopis. La cortigiana del faraone (1943). Mahfouz fu influenzato dalla difesa del pensatore Salama Moussa di una continua identità faraonica degli egiziani.

Questa nozione di identità può essere riscontrata anche nei primi lavori di Hakim, come il suo romanzo del 1933 Return of the Spirit, in cui sostenne l’idea di un Egitto la cui Storia corse senza interruzione. Scrisse anche una lettera a Taha Hussein dicendovi: “Stavamo quasi per venir meno senza alcun senso di noi stessi… Piuttosto vedevamo i vecchi arabi… Il nostro mescolarci all’anima araba stava quasi per farci dimenticare che abbiamo un puro spirito [egiziano]”. Quando il Movimento dei Liberi Ufficiali iniziò a cercare nuove strategiche alleanze negli anni ’50 e a promuovere l’unità araba, tuttavia, soppresse inviti del genere per paura che cercare un’identità simile avrebbe minato l’idea di unità araba.

L’articolo di Hakim del 1978 seguì anche a un periodo in cui i giornali statali scrivevano ampiamente delle vittime egiziane nei conflitti arabo-israeliani, comparandole al “piccolo contributo arabo” agli sforzi dell’esercito per combattere Israele. La conclusione di tale copertura era che il nazionalismo arabo fosse un fardello. Prendendo in considerazione il deteriorarsi della situazione economica dell’epoca – l’articolo di Hakim venne dopo le Food riots del 1977 – alcuni scrittori, Mahfouz compreso, conclusero che la disperata condizione economica egiziana era causata dalle sue perpetue battaglie militari con Israele, mentre altri Stati arabi restavano seduti a guardare. In effetti, alcuni mesi dopo, l’ex-presidente Anwar Sadat fece suo il fulcro dell’invito di Hakim visitando Gerusalemme. Due anni dopo, l’Egitto divenne il primo Stato arabo a firmare un trattato di pace con Israele.

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Claudia Avolio

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