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Nella Siria in guerra, un padre insegna alla figlia a ridere dei bombardamenti

“Più tardi capirà che è la morte. Ma quando arriverà quel giorno, avrà anche capito chi siamo e qual è la nostra storia”.

di Abdelaziz Ketaz, AFP/L’Orient-Le Jour, (19/02/2020). Traduzione e sintesi di Katia Cerratti

Fare del bombardamento quotidiano un gioco. Così, Abdallah al-Mohamed, nell’impossibità di sfuggire alla guerra, ha trovato il modo per confortare sua figlia Salwa di 4 anni, nella provincia siriana di Idlib.

Sui social infatti, è ormai virale il video in cui la piccola Salwa scoppia a ridere quando sente il rumore sordo delle esplosioni, a dimostrazione di quanto sia surreale e amara vita la quotidiana degli abitanti della regione di Idlib, obiettivo di un’offensiva da parte del regime siriano nel nord-ovest. “È un aereo o una granata?” chiede divertito il padre, mentre si sente un brusio sempre più forte. “Una granata”, – risponde la bambina sorridendo- “quando arriverà, rideremo”, continua.

In un altro video, Salwa è in piedi sulle ginocchia del padre, in salotto. Lo schianto di una bomba lanciata da un aereo, provoca in lei una risata sincera. Il padre le chiede:“Dimmi Salwa, cosa ha fatto l’aereo?” La bimba risponde:“L’aereo è arrivato e ho riso molto. L’aereo ci ha fatto ridere, ci ha detto: ridete di me, ridete di me”.

Un corrispondente dell’AFP ha incontrato il trentaduenne padre della bimba Abdallah al-Mohamed, a Sarmada, una località nella provincia di Idleb, ultimo grande bastione jihadista e ribelle contro l’offensiva del governo siriano e del suo alleato russo. L’uomo vi si è rifugiato dopo essere fuggito con la sua famiglia da Saraqeb, un’altra città di Idleb riconquistata dalle forze del regime. Ma gli attacchi continuano ogni giorno a Sarmada come altrove nella provincia di Idlib.

Il padre di Salwa spiega che all’età di un anno, la figlia piangeva ogni volta che sentiva i fuochi d’artificio. Le spiegò allora che si trattava soltanto dei bambini che festeggiavano la Eid al Fitr, la festa musulmana che segna la fine del Ramadan. “Da allora, – racconta – ogni volta che ci sono aerei in aria (…) le dico: vieni, ridiamo insieme, sono bambini che giocano ed è la Eid. Cerco di farle credere che ciò che sta accadendo (…) sia qualcosa di divertente. Più tardi, capirà che è la morte. Ma quando arriverà quel giorno, avrà anche capito chi siamo e qual è la nostra storia”, aggiunge.

La provincia di Idlib, in mano ai jihadisti, ospita anche ribelli che hanno preso le armi contro il potere di Damasco, dopo la sanguinosa repressione delle manifestazioni che chiedevano riforme nel 2011. La metà dei tre milioni di abitanti della provincia, sono degli sfollati costretti ad abbandonare altre roccaforti ribelli riconquistate negli ultimi anni dal regime attraverso la Siria.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH), da metà dicembre, sono stati uccisi più di 400 civili, compresi i bambini, nei bombardamenti che non risparmiano né ospedali né scuole, e secondo le Nazioni Unite, quasi 900.000 persone sono state sfollate a causa della violenza. Esposte alla neve, alla pioggia e alle estreme temperature invernali, le famiglie a volte devono passare la notte in auto o montare una tenda di fortuna in mezzo agli uliveti. C’è anche il trauma psicologico degli intensi bombardamenti, che i servizi sanitari e le organizzazioni umanitarie non possono permettersi di gestire.

Dopo nove anni di una guerra che ha ucciso più di 380.000 persone, il padre di Salwa confida di aver perso la speranza:“Siamo stanchi di inviare richieste di aiuto, non abbiamo più aspirazioni. Vogliamo solo una vita dignitosa per i nostri figli”.

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Katia Cerratti

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