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“Shah-in-Shah” di Ryszard Kapuscinski

kapuscinkski shahNote, appunti, fotografie, audiocassette, costituiscono l’enorme mole di materiale utilizzato dal giornalista Ryszard Kapuscinski per il suo reportage sugli ultimi anni della dittatura dei Pahlavi in Iran e la transizione verso la Repubblica Islamica di Khomeini.

Il famoso reporter polacco ci restituisce il quadro di un paese dominato dalla famiglia dello scià, dove solo in apparenza il popolo sembra vivere una situazione dignitosa e pacifica, ma dove in realtà le sperequazioni sociali sono così profonde da minare la stabilità dello Stato, come si verificherà poi con la rivoluzione khomeinista.

L’autore procede con il piglio e lo slancio tipici del reportage giornalistico, e attraverso la narrazione di avvenimenti privati che si intrecciano indissolubilmente con la sfera pubblica dello Stato iraniano, ci porta dentro la drammatica realtà della dittatura dello scià Reza Pahlavi, ci catapulta nei cruenti episodi di rappresaglia e di soffocamento di ogni anelito di libertà che il popolo tentava di mettere in pratica.

Quello che emerge è il quadro di un Paese e di un popolo stremati da secoli di oppressioni, dove gli interessi economici di pochi predominano e schiacciano l’interesse pubblico dei molti. E così, di dominazione in dominazione, di occupazione in occupazione, gli iraniani hanno sviluppato una notevole capacità a tollerare i soprusi e la discriminazioni, oltre ad essere riusciti a mantenere la propria lingua, la propria cultura e la propria personalità, in aggiunta alla capacità di risollevarsi dopo ogni caduta. Arriva al fine un momento in cui l’anelito di giustizia e di uguaglianza diventa predominante ed irrinunciabile. È quello che accade in Iran con la rivoluzione khomeinista.

“Un popolo oppresso da un despota e ridotto al ruolo di oggetto cerca un rifugio, un luogo dove nascondersi, barricarsi, essere se stesso. È l’unico modo per mantenere la propria identità e perfino la propria normalità. Non potendo emigrare nello spazio, il popolo intraprende una migrazione nel tempo e fa ritorno ad un passato che, paragonato ai dolori e ai pericoli della realtà circostante, gli appare come un paradiso perduto”. Potrebbe essere questa la spiegazione dell’apparentemente cieca accettazione da parte del popolo del nuovo regime imposto da Khomeini, con la shari’a che diventa legge dello Stato, con nuove persecuzioni, nuove violenze, come in un eterno ritorno.

Il libro, scritto nel 1982, quindi solo tre anni dopo l’avvento della Repubblica Islamica in Iran, potrebbe oggi apparire datato e superato, in considerazione delle enormi modificazioni che tutta l’area geopolitica di riferimento ha subito e continua a vivere. Eppure questo lungo reportage mantiene inalterato il pregio di aver rappresentato agli occhi degli occidentali la lunga catena di eventi storici e politici nell’ambito dei quali è maturata quella rivoluzione khomeinista che ha rappresentato nel mondo islamico un vero vento innovativo, una svolta nelle modalità di interpretazione dell’Islam come religione-Stato. Khomeini, come ci ricorda lo stesso Kapuscinski, coltivava il segreto, ma non troppo, obiettivo di fare della repubblica iraniana un potente centro religioso, guida di tutto il mondo musulmano. Alla morte del venerando leader, tutti i suoi programmi espansionistici nel nome di Allah si sono rivelati illusori ed impossibili da realizzare.

Ed oggi l’Iran appare un paese che si allontana sempre di più da quelle che furono le mire khomeiniste, in un percorso verso la modernità che necessariamente deve passare attraverso il confronto con l’Occidente.


Beatrice Tauro

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