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Se il governo tunisino si concentrasse di più sulla sicurezza interna…

governo tunisinodi Felix Tusa (Tunisia Live 29/01/2013). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

All’indomani dell’intervento del governo francese in Mali, il presidente tunisino Moncef Marzouki ha ammesso il suo timore circa la possibilità che un traffico illegale di armi sia avvenuto attraverso la Tunisia verso l’area del conflitto. “Si ha l’impressione che la Tunisia stia diventando un corridoio tra Libia e Mali,” ha detto in un’intervista con France 24. Tre giorni dopo i capi del governo tunisino, algerino e libico hanno tenuto una speciale riunione congiunta per discutere di cooperazione alla sicurezza e controllo al confine nella città libica di Ghadames. Tra le proposte emerse dall’incontro c’è stato il suggerimento di far controllare ai Paesi i punti caldi lungo i confini.

Se una tale cooperazione è incoraggiante, e tenuto conto che la situazione al confine non andrebbe ignorata, le risorse del governo dovrebbero però essere spese per la sicurezza interna. La Storia ha mostrato che i porosi confini del deserto in questa regione sono fin troppo ardui da pattugliare in modo effettivo. La Tunisia si è preoccupata dei suoi confini a sud già da molto prima della crisi in Mali – anche se al momento crescono i timori per il potenziale arrivo di migliaia di rifugiati dalla zona di conflitto. Non è comunque un segreto o una sorpresa che il controllo dei confini sia debole in Tunisia, ma pensare che la questione si risolva con controlli più severi, anche in collaborazione con altri Paesi, è fuorviante.

A una conferenza dello scorso dicembre sulla sicurezza regionale nell’Africa del Nord e dell’Ovest, un delegato libico ha rifiutato l’idea – più volte riportata dalla stampa internazionale in seguito a un articolo della Reuters dello scorso anno – che il governo libico e le forze di sicurezza fossero da ammonire per il flusso d’armi dalla Libia al Mali dopo la caduta del regime di Gheddafi. Il delegato ha fatto presente che il confine libico è lungo 4300 chilometri, quasi mille in più rispetto al confine degli Stati Uniti col Messico. Se gli Stati Uniti non riescono a pattugliare la propria frontiera meridionale per porre fine al flusso di droghe, immigrati clandestini ed armi – si è chiesto il delegato – come ci si potrebbe aspettare dalla Libia che controlli a pieno regime i suoi confini lungo il deserto del Sahara?

Anche se i controlli e la cooperazione tra Paesi fossero incrementati, i confini desertici tra Tunisia, Algeria e Libia resterebbero perlopiù permeabili agli elementi criminali. I governi farebbero meglio a concentrarsi sulla sicurezza interna. La Tunisia in particolare ha bisogno di mettere a punto un apparato per la sicurezza che sia al contempo effettivo, controllato in modo democratico e soggetto alla supervisione del parlamento, così da ottenere la fiducia di coloro che cerca di tutelare. La polizia deve trovare un equilibrio tra forza e trasparenza per essere davvero rispettata dalla sua popolazione. Solo questo tipo di riforma nel settore della sicurezza interna combatterà i problemi delle droghe, delle armi e anche del traffico umano a livello regionale. Sarà inoltre un investimento dello Stato significativamente migliore rispetto a pagare guardie di frontiera che pattuglino dune di sabbia.

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Claudia Avolio

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