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Qualche osservazione sul vertice della Lega Araba

Di Marwan Bishara. Al-Jazeera (29/03/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Summit Lega Araba 2Il vertice della Lega Araba è arrivato in un momento in cui la regione è all’apice dell’instabilità, della divisione e della violenza, causate dalle varie decisioni dei leader mediorientali. Ma essi non se ne prenderanno mai la responsabilità, anzi: durante tutto il summit la colpa è stata attribuita ad altri, a forze “esterne” o al terrorismo e l’estremismo. Non sorprende che abbiano parlato dell’importanza dell’unità, della stabilità e del dialogo, mentre proponevano più che altro soluzioni di natura militare.

L’unica soluzione concreta è stata la decisione per la creazione di una forza militare panaraba, nonostante la regione stia soffrendo di un eccesso di violenza. Tuttavia, in assenza di uno schema, non è ancora chiaro come verrà formata, chi la finanzierà e quali saranno i suoi obiettivi. Quello che è chiaro è che non c’è fretta, dal momento che gli arabi non hanno né i mezzi né l’esperienza per mettere in moto una macchina così sofisticata dal punto di vista logistico e operazionale. Inoltre, dal momento che questa forza non servirà a confrontarsi con l’Iran o con Israele, ma sarà circoscritta alle crisi arabe regionali, è certo che non farà altro che far profondare la regione in conflitti ancora più duraturi.

E nonostante la spirale di violenza in Siria, Iraq e Libia, è lo Yemen ad aver dominato le discussioni del vertice. Conosciuto a lungo come “il felice Yemen”, oggi il Paese è arena di battaglia tra forze esterne e interne. Il vertice arabo ha consacrato il suo sostegno alla campagna militare saudita in Yemen contro gli Houthi, ma come reagiranno le nazioni arabe se la situazione dovesse continuare a peggiorare? Resta da vedere se il tentativo della Lega di stabilire un nuovo ordine arabo passerà la prova dello Yemen.

Il fatto che sia stata l’Arabia Saudita a scuotere la passività araba di fronte alla crescente influenza iraniana è al contempo eloquente e sorprendente. Eloquente per il modo in cui ha esposto ciò che era noto ormai da anni, cioè la guerra fredda tra Teheran e Riyad e il loro conflitti per procura nella regione; sorprendente perché per la prima volta i sauditi, che di solito affidavano le loro missioni ad altri, stanno conducendo essi stessi una guerra dalle conseguenze incerte per la stabilità nazionale e regionale. La scommessa saudita ha posto il regno in una posizione strategica nei confronti dell’Iran, che fino a pochi giorni fa stava cercando di ottenere il controllo sullo Yemen e un accesso sul Mar Rosso.

Molti dei presenti al vertice arabo credono che l’Iran sia stato eccessivamente zelante nel modo in cui ha interferito negli affari di diversi Paesi arabi, soprattutto dopo il fallimento statunitense in Iraq nel 2003. Ma la loro recente espansione in cerca di un’egemonia regionale si è ripercossa al punto da portare Paesi arabi e non a far fronte comune contro Teheran. Sebbene sia abbastanza pragmatico, resta da vedere come reagirà l’Iran a un intervento saudita a lungo termine in Yemen.

A differenza dei summit degli ultimi 50 anni, dove gli arabi erano ossessionati dagli Stati Uniti, stavolta Washington è stata alquanto assente dai piani dei partecipanti. Per la prima volta dalla loro indipendenza, le nazioni arabe non si stanno comportando da amiche o nemiche degli USA e non stanno prendendo istruzioni. Di certo, la maggior parte delle discussioni su Yemen, Libia e Siria sono state guidate dall’assenza di dipendenza sa Washington e dal bisogno degli arabi di agire per conto proprio, invece di aspettare l’iniziativa statunitense.

Quanto alla Palestina, nonostante la revisione pessimistica apportata dal presidente Mahmoud Abbas, i partecipanti al summit hanno ripetuto gli stessi cliché sul processo di pace, come se fosse possibile raggiungerla solo attraverso i negoziati con il governo Netanyahu (fatta eccezione per il Qatar, che ha fatto appello a una maggiore pressione internazionale affinché Israele venga costretta a riconoscere lo Stato palestinese). La questione palestinese è passata in secondo piano a causa della preoccupazione degli arabi per le sfide che stanno affrontando al momento, ma soprattutto a causa della loro incompetenza e mancanza di serietà nei confronti della Palestina. E nei confronti della Siria.

Infine, mentre i partecipanti al summit concentravano la loro attenzione sull’instabilità e la violenza nella regione, hanno speso poche parole per questioni importanti per la vita di tutti i giorni delle popolazioni arabe, come lo sviluppo, la giustizia e le libertà individuali. Di fatto, tutto quel parlare sulla forza militare, sulla lotta al terrorismo e sulle minacce alla stabilità sono in antitesi con le ambizioni popolari in termini di libertà, dignità e diritti umani. Come se la maggior parte dei presenti avesse posto l’accento sulle questioni di sicurezza per voltare pagina sulla Primavera Araba.

Marwan Bishara è un analista politico per Al-Jazeera.

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Roberta Papaleo

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