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Prima del coma e della morte, Sharon era pronto alla pace

Di Nasir al-Majal. Elaph (14/01/2014). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

Un rapporto israeliano ha rivelato che l’ex primo ministro Ariel Sharon era determinato a concludere un accordo di pace con i palestinesi. Una delle domande centrali emerse otto anni fa dopo la sua entrata in coma fu: “Dopo il ritiro da Gaza nel 2004, il premier aveva in mente di adottare ulteriori proposte positive nei confronti dei palestinesi?”

Secondo il giornale Haaretz, Sharon avrebbe promesso al premier palestinese Abbas di “mettere in opera nuovi provvedimenti in futuro” e, secondo responsabili americani, aveva programmato il passaggio dei quartieri arabi di Gerusalemme sotto il controllo palestinese. Inoltre, una serie di telegrammi mandati dall’ambasciata statunitense a Tel Aviv alla Segreteria di Stato a Washington e diffusi su internet tramite Wikileaks, mostrano che Sharon aveva ideato una roadmap.

Dopo l’approvazione burrascosa del ritiro, il 26 ottobre 2004 Sharon incontrò al Knesset una sfilza di parlamentari e senatori americani tra cui Chuck Hagel, ora ministro della Difesa, e Joe Biden, attuale vice-presidente, manifestando il suo impegno a giungere a una soluzione di pace con i palestinesi, malgrado la lotta interna in corso. Inoltre, dichiarò all’allora presidente americano George Bush che la tappa seguente al ritiro sarebbe stata la realizzazione di una “calma securitaria”, durante la quale creare uno Stato palestinese con frontiere temporanee, nell’attesa di una firma che suggellasse una soluzione definitiva. Mise infine in chiaro con il senatore americano Lieberman che la condizione per il progresso politico era la lotta al terrorismo.

Malgrado la sua volontà di andare oltre il ritiro da Gaza, di spingersi verso la realizzazione di iniziative che concernessero la Cisgiordania e Gerusalemme, Sharon aveva tuttavia precisato che non avrebbe mai concesso il Monte del Tempio, il Monte degli Ulivi e la Città di Davide.

Il 10 gennaio 2005, del nuovo incontro tenuto tra Sharon e Biden, l’ambasciatore Kurtzer riportò la necessità reiterata di un piano di sicurezza da parte dei Palestinesi affinché si potesse continuare a seguire la roadmap.

L’8 febbraio 2005 il primo ministro incontrò Abbas a Sharm el Sheikh: fu un colloquio importante, orientato a fermare l’intifada e ad aprire una nuova pagina nelle relazioni tra Palestina e Israele. Abbas si impegnò a concentrarsi sulla questione sicurezza e a fermare le incitazioni all’odio verso Israele divulgate dalla stampa. Sollecitò, inoltre, la liberazione di alcuni prigionieri incarcerati in Israele prima degli accordi di Oslo, ma Sharon non lo accontentò: ne liberò 900, che non erano però quelli richiesti.

Dopo tre mesi, Sharon iniziò ad irritarsi per la mancanza di un piano palestinese sulla sicurezza. Era questo un tema scottante che incideva sul suo apprezzamento da parte del pubblico: ogni attacco terroristico peggiorava la situazione politica interna e intaccava la sua popolarità, che conobbe un calo significativo.

Il 24 giugno 2005 si svolse un nuovo incontro con Abbas nella casa del primo ministro a Gerusalemme: fu l’occasione di Sharon per reiterare il suo giudizio negativo sulle politiche palestinesi di sicurezza, che riteneva insufficienti per non dire inesistenti. Da parte sua, Abbas lo accusò di non avergli teso la mano neanche una volta in cinque mesi di mandato.

Dopo quell’incontro, Sharon entrò in coma ed è difficile sapere quale fosse il programma che aveva sussurrato alle orecchie degli americani e dei palestinesi e in che modo avrebbe voluto metterlo in atto.

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Chiara Cartia

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