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La vittoria della democrazia tunisina è nell’interesse arabo

L’opinione di Al-Quds Al-Arabi (11/12/2014). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.

Il Presidente tunisino ad interim e candidato alle elezioni presidenziali Moncef Marzouki ha avvertito che “la Tunisia rischia di perdere la propria indipendenza mentre alcuni Stati tentano di determinare chi sarà il prossimo Presidente”, ritenendo che la Tunisia “fa i conti con un’eredità di 50 anni di dispotismo”. Il partito Nidaa Tounes, presieduto dal suo avversario alle presidenziali, Beji Caid Essebsi, ha risposto accusandolo di “minacciare la sicurezza e la pace sociali” del Paese.

La dichiarazione di Marzouki reca in sé tre moniti importanti, ma il più grave è quello relativo alla controrivoluzione e al ritorno del dispotismo. In realtà, malgrado i problemi della cruciale fase di transizione, rappresentati dall’assassinio di alcuni leader politici e dai tentativi dei movimenti salafiti armati di sviare il Paese dal programma civile e democratico scelto dal popolo, la Tunisia è riuscita a superare l’impasse e la possibile polarizzazione antagonistica mortale in cui è affondata ad esempio la rivoluzione libica.

La “troika”, la coalizione che si è ripartita la Presidenza della Repubblica, del Governo e della Camera, è riuscita a preservare l’unità del Paese e a mantenere i complicati equilibri della stabilità della Tunisia, impedendone il collasso e portandola alle elezioni legislative e poi a quelle presidenziali. Ora la domanda è: il partito che ha ottenuto la maggioranza relativa (Nidaa Tounes) riuscirà a mantenere il suo ruolo in quei delicati equilibri tra le istituzioni dello Stato (esercito, sicurezza e Ministero dell’Interno) e le istituzioni civili (come i partiti e i sindacati), oppure si piegherà dinnanzi allo “Stato nello Stato” per recuperare il suo passato dispotico “ereditato”?

L’allusione di Marzouki a “Stati che vogliono determinare chi sarà il Presidente tunisino” è un altro campanello di allarme. Non è infatti un segreto che il sistema arabo dittatoriale è finora riuscito, mediante notevoli strumenti finanziari e militari nonché l’inaudita aggressività comunicativa, ad ottenere successi in più di una piazza araba e vede nel proseguimento e nelle possibilità di successo della democrazia tunisina un forte pericolo e un precedente che desidera seppellire e rimuovere.

Alcuni pilastri della coalizione, come ‘Abd Al-Fattah Mourou, leader di spicco e tra i fondatori del movimento di Ennahda, hanno criticato il loro percorso politico post rivoluzione, ritenendo che sono stati commessi errori che occorre riesaminare seriamente, affermando inoltre che i membri della coalizione non hanno realizzato le aspettative del popolo.

La rivoluzione tunisina ha evitato di scivolare verso l’antagonismo sanguinoso e questo è un grande successo ascrivibile soprattutto alla “coalizione” che ha governato la Tunisia in un periodo turbolento e molto complicato. Tuttavia, la responsabilità di preservare questa importante eredità democratica adesso ricade principalmente su Nidaa Tounes e sugli altri partiti che lo sostengono, perché l’ago della bilancia ora pende nella loro direzione.

La cosa peggiore cui potrebbe condurre l’esperimento tunisino è pensare di poter eliminare la controparte, come accaduto in Egitto e in Libia, tuttavia l’élite tunisina ha finora dimostrato grande credibilità e competenza, il che le consente di dare agli altri lezioni di democrazia.

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Giusy Regina

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