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La salafizzazione del romanzo arabo contemporaneo. Tra abbellimento del fondamentalismo e manipolazione della creatività

L’aspetto predicativo e i discorsi emotivi che rimandano ai romanzi per gli adolescenti sono i tratti dominanti dei romanzi delle donne con il niqab, attraverso i quali passa un chiaro messaggio violento

di Mustafa Abid, al-Arab (16/06/2020). Traduzione e sintesi di Francesca Paolini.

Negli ultimi tempi si è riversata anche sui romanzi quella preoccupante ondata di salafizzazione che ha iniziato a prendere forma con l’ascesa politica dei movimenti religiosi, risultato delle così dette primavere arabe. È stata la famosa critica letteraria, Amani Fuad, professoressa di critica letteraria all’Accademia delle Arti del Cairo a far luce su questo fenomeno, con la pubblicazione di un dettagliato studio sui contenuti del suo libro “La donna, eredità dell’oppressione”, dove tratta i testi delle “romanziere con il niqab” egiziane, che hanno scalato le classifiche dei libri più venduti. La pubblicazione del suo studio, oltre ad aver suscitato immediate reazioni nel panorama culturale, prova la vasta presenza della corrente salafita nella scena letteraria contemporanea – dove si contano nel solo Egitto dieci di queste scrittrici – e dimostra come il romanzo sia divenuto un mezzo di trasmissione dei valori salafiti, quali chiusura mentale, maschilismo, rifiuto del prossimo, incitazione alla violenza e rigetto della legge.

Un avanzamento sistematico

Nelle dichiarazioni esclusive rilasciate per al-Arab, Amani Fuad sottolinea come molti non diano peso all’avanzamento del salafismo in questo ambito della creatività, alla luce dell’idea dominante per cui i movimenti religiosi siano naturalmente carenti di creatività, quindi incapaci di produrre arte, così come di  influenzare il panorama letterario. Fuad smentisce questa convinzione riconoscendo che le nuove generazioni dei movimenti religiosi, avendo in alcuni casi ricevuto una buona istruzione, possono al contrario dimostrare grandi capacità di scrittura e sfruttare l’arte del romanzo e del racconto come un mezzo di propaganda.

L’ascesa politica dei Fratelli Musulmani, il cui governo durò in Egitto dal 2012 al 2013, spinse la Fratellanza a ricercare strumenti di soft power, quali scrittura, arte e creatività, con i quali esercitare la propria influenza sul popolo. Nasce da questa esigenza il fenomeno delle “scrittrici con il niqab”, poi fortemente finanziato e promosso da particolari case editrici che hanno trasformato i loro romanzi in bestseller. Il grande successo delle “romanziere con il niqab”, oltre agli ingenti finanziamenti, si lega alla particolarità del fenomeno, essendo il lettore attirato dall’identità della scrittrice e curioso di conoscere il suo punto di vista, nonché all’effettiva esistenza nella società egiziana di sostenitori della corrente salafita che amano leggere libri dal background islamista.

Amani Fuad ha deciso così di testare la qualità di questi romanzi, interrogandosi sull’effettiva creatività delle autrici e concludendo che ben tre di loro posseggono uno stile letterario accattivante. Alcune di loro adottano strutture linguistiche innovative e mostrano una buona capacità di costruzione del personaggio, ma è chiaro come tutte trasmettano, esplicitamente o in maniera più celata, dei messaggi specifici: il ricorso alla violenza verso il prossimo (non musulmano), l’odio verso lo stato di diritto e la contrarietà nei confronti delle istituzioni statali; contengono poi una buona dose di maschilismo, di disprezzo della donna, e infine svariati errori scientifici che permettono loro di attribuire ogni grande atto di civiltà ai soli musulmani.

Messaggi retrogradi

Secondo lo studio di Amani, il lato persuasivo e i discorsi emotivi che rimandano ai romanzi per adolescenti, sono i tratti dominanti dei testi delle donne con il niqab. Nel romanzo di Mona Salama “Dietro al hijab” troviamo una particolare insistenza nel lodare il musulmano salafita e nel dimostrane alcuni meriti, come l’aver decifrato la scrittura geroglifica della stele di Rosetta o ancora attribuendo ad al-Biruni, piuttosto che a Newton come sosterrebbero gli occidentali, il merito di aver scoperto la forza di gravità.

Inoltre il niqab sembra obbligare la scrittrice a criminalizzare le altre donne non velate e a guardarle con apprensione per la loro morale, come se dovessero essere corrette o persuase affinché seguano la giusta strada. Tutto ciò equivale a un rifiuto delle diversità del prossimo – anche se musulmano – frutto della convinzione per cui i salafiti, credendo di possedere il monopolio sulla verità dell’Islam,  hanno il dovere di correggere quelle diversità, anche con la forza, la violenza o lo spargimento di sangue. “Non c’è penna sulla faccia della terra con cui possiamo scrivere nel nostro paese se non il sangue”, scrive Mona Salama nel suo romanzo. In generale i suoi testi evidenziano l’obbligo del niqab, l’immersione nella cultura religiosa, l’apprensione per i contesti culturali differenti, il dubbio nei confronti dei servizi offerti quotidianamente dalle istituzioni e l’apprensione verso le donne non velate a cui si attribuisce un basso valore morale.

Nel romanzo “Lei mi disse” di Douaa Abd al-Rahman, la narrazione ruota intorno al vestito indossato dalla donna e evidenzia una predilezione per la donna con il volto coperto, nonché la superiorità di quest’ultima, a prescindere da chi essa sia. Il personaggio di Hala, che gestiva la vita delle figlie prima di morire a causa del cancro, arriva al punto di lasciare in eredità i suoi niqab alle figlie e alla futura sposa del marito. In tutta la narrazione è come se quell’abito determinasse la natura stessa del personaggio e la sua morale; la scrittrice sembra non preoccuparsi dei valori da attribuire alle donne e agli uomini del suo romanzo, presentando la superficie esteriore come la sola determinante dell’essenza dell’essere umano.

Amani conclude il suo studio ritenendo che l’arte del romanzo sia in contraddizione con una mano coperta da un guanto che teme di toccare il mondo e di essere toccata da questo. Il niqab sembra imporre una sorta di isolamento alla scrittrice, che ha invece bisogno di amare i propri personaggi e di immedesimarsi in questi piuttosto che trattarli come se stesse tenendo una predica sul pulpito di una moschea.

Nonostante si tratti di un fenomeno letterario recente, lo scrittore egiziano Ahmad Abd al-Majid definisce questi testi come un’estensione dei romanzi di Najib al-Kilani, e riconosce il loro legame con le idee promulgate da Muhammad Qutb. La narrativa di al-Kilani, membro dei Fratelli Musulmani, si concentrava sulle persecuzione subite in diversi paesi dagli islamisti, mentre nel suo libro “Metodologia dell’arte islamica” Muhammad Qutb, anch’esso membro della Fratellanza, definì il romanzo un modello di propaganda. Non sembra quindi una coincidenza che una stessa casa editrice scelga di pubblicare i romanzi, tra loro simili in trattazione e argomentazione, di ben dieci scrittrici con il niqab, quanto piuttosto una prova dell’esistenza di un mirato sostegno finanziario per la questione.

Successo temporaneo

Alcuni sottovalutano il fenomeno sulla base dell’evidente contraddizione tra lo stimolo creativo e le catene che impone una corrente chiusa come quella salafita. Amir Taj, che dichiara per al-Arab di credere nella creatività della scrittrice o dello scrittore salafita, non pensa però che i loro romanzi possano trasformarsi in un grande fenomeno letterario, essendo la loro scrittura soggetta a numerose limitazioni e all’impossibilità di approfondire alcuni argomenti tabù per gli islamisti.

Secondo lo scrittore iracheno Nasser ‘Iraqi, sebbene si debba far distinzione tra le donne che indossano il niqab contro la propria volontà e quelle mosse da reali convinzioni, il niqab ha un valore alienante, che si riflette negativamente sulla personalità, sulla mente e sulle emozioni della donna, anche in maniera inconscia. Se si considerasse la creatività come un atto di resistenza a tutto ciò che è negativo, ingiusto ed alienante nella vita, allora il niqab, così come il pensiero di cui è espressione, ostacolerebbe il raggiungimento di questo obiettivo, poiché il salafismo disprezza la libertà creativa,  così come la donna e la religione stessa che viene ridotta a un pezzo di stoffa.

Accettazione condizionata 

“La letteratura è completa libertà, una pratica creativa senza catene, in naturale contrasto con l’ideologia”, dichiara per al-Arab lo scrittore egiziano Hamadi al-Jazari. Questo ritiene che se volessimo riconoscere i salafiti come una  componente della società che ha quindi diritto ad esprimere se stessa e i propri valori, bisognerebbe sottoporre la loro libertà d’espressione a criteri artistici differenti, che vadano oltre il discorso persuasivo diretto o la diffusione di idee estremiste. Eppure chi ci ha provato è entrato in netta contraddizione con lo stesso campo salafita a cui appartiene, come dimostra la storia di “Un salafita che scrive romanzi di nascosto”, il coraggioso romanzo dello scrittore egiziano Majid Shiha.

“Il niqab, così come la barba, sono scelte personali che in quanto tali non vanno contestate, ma riflettono senza dubbio un allontanamento dalla realtà. La letteratura è invece contatto diretto con il mondo e con tutte le esperienze che questo ha da offrire, perciò trovo strano che chi faccia una simile scelta possa produrre della bella letteratura”, afferma Samar Nur. Secondo la scrittrice di racconti egiziana, se esiste una forte convinzione per cui la creatività è in contrasto con il pensiero religioso, allora esisteranno anche delle eccezioni a conferma della regola; e infine sostiene che “Una donna che indossa un niqab potrebbe avere talento nella scrittura così come potrebbe indossare quel vestito per motivi personali; in ogni caso, finché un testo non dimostri di essere scialbo oppure di buona qualità, è necessario approcciarsi a questo in maniera imparziale rispetto all’identità dell’autore”.

Mustafa Abid è uno scrittore egiziano.

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Redazione

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