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La propaganda anti-americana

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Se l’attacco del presidente americano Trump in Siria è stato acclamato dalla maggioranza degli arabi, Mosca, Teheran e Damasco non hanno tardato a rispondere, cambiando più volte versione

Di Abdulrahman al-Rashed. Asharq al-Awsat (09/04/2017). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Come era d’aspettarsi Mosca, Teheran e Damasco hanno espresso il proprio disappunto in seguito all’attacco americano contro l’aeroporto militare di Shayarat, in risposta all’attacco chimico perpetrato dal regime siriano contro la città di Idlib. Trump ha sferrato l’attacco venerdì scorso, giorno in cui il mondo si è svegliato dinanzi ad una nuova e sorprendente posizione americana.

Quel giorno, Russia, Iran e Siria hanno dato avvio ad una nuova propaganda, sostenuti dai media e mezzi di comunicazione, mettendo in dubbio l’utilizzo di materiali tossici da parte del regime siriano contro gli abitanti di Idlib. E se in una prima versione accusavano l’opposizione siriana, in un’altra confermavano l’attacco da parte dell’aviazione siriano contro le aree dell’“opposizione terroristica armata”, colpendo per sbaglio un deposito di materiale chimico appartenente agli stessi terroristi. Ne deriva quindi l’accusa all’opposizione di detenere armi chimiche vietate dal diritto internazionale.

Tuttavia, dinanzi agli ultimi sviluppi, la propaganda anti-americana ha dovuto nuovamente cambiare i suoi soggetti. Dinanzi al favore espresso dalla maggiornaza degli arabi per la nuova posizione  dell’amministrazione Trump, sono circolate false notizie che consideravano l’attacco militare americano una teatralità in accordo con la Russia. Altre, invece, lo definivano un vero fallimento.

È pur vero che l’influenza sull’opinione pubblica siriana e regionale gioca un ruolo importante nella guerra psicologica, ma non è decisiva. Di solito le operazioni militari sono degli strumenti politici e di fatti, l’attacco americano è un messaggio politico indirizzato ai governi di Siria, Iran  e Russia. Solo in un secondo momento influenzerà l’opinione pubblica siriana.

Di certo tale attacco non fermerà la coalizione militare che finanzia il regime di Damasco, a dimostrazione che lo stesso giorno si è continuato a bombardare i civili. E non cambieranno i pesi delle potenze sul territorio. È comunque improbabile che vi siano nuovi attacchi militari da parte americana, dopo le dichiarazioni del delegato di Washington al Consiglio di Sicurezza che fanno intendere di limitare un possibile intervento militare americano qualora vengano riutilizzate armi chimiche da parte del regime siriano: e anche questo sembra inverosimile.

L’elemento di novità e importanza risiede nella recente decisione dell’amministrazione Trump: se in passato aveva dichiarato di essere interessato esclusivamente a combattere Daesh (ISIS) in Siria, ora vuole prendere una parte (attiva) nella crisi locale. Fino alla settimana scorsa, la maggior parte delle potenze regionali e internazionali aveva annunciato una soluzione in Siria in linea con la volontà di Mosca di mantenere Assad al potere e metter fine all’opposizione siriana. Oggi, dopo l’attacco chimico e altri bombardamenti, e in seguito alle dichiarazioni arroganti dei responsabili del governo siriano contro gli stati della regione, si è tornati a riflettere sulla situazione. Ancora una volta, Assad ha confermato di non poter cambiare il suo comportamento e si è mostrato come unico responsabile della grande battuta d’arresto, indipendentemente dal fatto che iraniani o russi siano d’accordo o meno con i crimini da lui perpetrati.

Abdulrahman al-Rashed è ex caporedattore del quotidiano Asharq al-Awsat e ex direttore generale di Al-Arabiya.

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Redazione

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