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La Nakba e la sua letteratura

Oggi, 67 anni fa, veniva proclamato lo Stato d’Israele.

Oggi, 67 anni fa, avveniva la Nakba, la catastrofe palestinese, durante la quale l’esercito israeliano occupò la maggior parte del territorio della Palestina, lasciando fuori dalla sua giurisdizione solo la Striscia di Gaza e la Cisgiordania che vennero amministrate rispettivamente dall’Egitto e dalla Giordania.

Le rappresaglie erano iniziate ben prima del 15 maggio 1948, molti paesi erano già stati sgomberati, molti palestinesi erano già diventati rifugiati, ma dopo quella data i massacri aumentarono, insieme alla gente che scappava dalla propria terra.

In questo spazio, però, si parla di letteratura, e di questa voglio parlarvi, anche se in maniera leggermente diversa dal solito.

In seguito a queste vicende molti palestinesi furono spinti a raccontare, a testimoniare e a preservare la memoria di questi avvenimenti, affinché il mondo, allora troppo occupato a leccarsi le ferite della  Seconda Guerra Mondiale, potesse conoscere prima o poi quello che realmente era stato, nonostante la fuorviante propaganda israeliana avesse già iniziato a cancellare e modificare i fatti.

La produzione letteraria di questo periodo si può dividere in tre grandi gruppi a seconda di una caratteristica insolita, il luogo: quella prodotta da autori palestinesi residenti in Israele, quella scritta da autori residenti a Gaza e Cisgiordania e infine quella prodotta da quegli autori che furono costretti a lasciare la loro terra. Questo segna enormi differenze sia per quanto riguarda le tematiche affrontate che per la diffusione delle opere.

Il primo gruppo fronteggiò in prima linea la repressione israeliana, la loro produzione fu scritta e diffusa in maniera clandestina e la tematica più diffusa rimase la denuncia delle discriminazioni e delle condizioni sociali a cui dovevano sottostare. Per queste ragioni, sono gli autori meno conosciuti all’esterno e riesco solo a ricordare il nome di Nida Khoury, nata in Alta Galilea.

Il secondo gruppo, di cui fa parte per esempio Fadwa Tuqan, di cui vi ho già parlato, per quanto colpito dagli avvenimenti, é quello che fu meno coinvolto in questo momento, e spesso le tematiche variano e non fanno costante riferimento alla catastrofe e a ciò che l’ha seguita. Il loro impegno nella causa palestinese iniziò in maniera attiva dopo la guerra del 1967.

Il terzo gruppo, quello più numeroso e conosciuto, centrò la sua produzione sullo stato dell’esiliato e  sul rimpianto per la terra perduta. Le opere furono spesso scritte anche in lingue diverse dall’arabo, fatto che ne garantì una maggior diffusione. Tra questi scrittori possiamo ricordare Salma Khadra al-Jayyusi, che concentrò la sua produzione poetica nel periodo esattamente successivo al 1948, lavoro che abbandonò dopo il 1967 per dedicarsi alla diffusione della letteratura araba fuori dal mondo arabo.

Probabilmente uno degli autori più conosciuto tra gli esiliati é Jabra Ibrahim Jabra, nato a Betlemme e costretto a rifugiarsi in Iraq in seguito alla Nakba. Artista poliedrico é stato pittore, critico letterario, traduttore e poeta.

Altra compatriota, sempre residente in Iraq, é Samira Azzam, famosa per le sue short stories, centrate sul dramma dell’esilio e sulla questione femminile.

Il panorama é sicuramente molto più vasto di quello che vi ho presentato, sono stati scritti molti libri in diverse lingue su questo tema e ancora se ne scriveranno, ma anche questi spesso di concentrano sul periodo storico successivo.

La letteratura palestinese inizia ad essere conosciuta dal resto del mondo soprattutto in seguito agli avvenimenti della Guerra dei Sei giorni del 1967 e gli autori palestinesi più conosciuti a livello mondiale sono quelli che hanno concentrato la loro produzione in quel periodo (Mahmud Darwish e Ghassan Kanafani sono solo due esempi).

Sarebbe importante dare maggior visibilità anche alla letteratura precedente, spesso dimenticata e lasciata in secondo piano nonostante la sua indiscutibile importanza.

Buona lettura!

Claudia Negrini

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