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Iraq: l’ultima battaglia del primo ministro Abadi

haidar al-abadi iraq

Di Sarbast Bamarni. Elaph (11/03/2016). Traduzione e sintesi di Alessandro Mannara.

Con l’aumento dell’indignazione popolare in Iraq, l’inasprimento della crisi politica e finanziaria del paese e una guerra contro un terrorismo inarrestabile, l’attuale governo del primo ministro Haidar al-Abadi appare, dopo circa due anni, totalmente impotente dinanzi alla possibilità di salvare lo Stato dal caos e dalla corruzione dilagante. Tutto ciò mentre l’Iraq affronta crisi acute, nonostante il sostegno del popolo e delle autorità religiose. Il governo rimane fermo a guardare passivamente le ingerenze regionali, l’influenza esercitata dai partiti più potenti, nonché la morsa della corruzione che investe svariati centri decisionali.

In aggiunta a tutto ciò, il progetto del premier iracheno di modificare l’assetto ministeriale mediante l’introduzione di tecnocrati potrebbe essere la sua ultima mossa in campo politico volta a sistemare la situazione attuale, come se il rimpasto di governo e i signori tecnocrati avessero la bacchetta magica per trovare una soluzione ai problemi accumulatisi in Iraq ed eliminare una volta per tutte la corruzione e il terrorismo, mettendo il paese sulla retta via.

È chiaro che questa scelta formale e mediatica non risolve la questione della governance irachena, ma anzi riconosce il fallimento del processo politico fondato su quote e settarismo, emarginazione e abolizione del principio di cittadinanza e di rappresentanza del popolo.

La situazione in cui versa l’Iraq oggi è la somma di diversi fattori che comprendono la mancanza di impegno da parte del governo di Abadi in merito all’attuazione delle riforme politiche e di azioni decise nei confronti dei corruttori, nonostante il sostegno ricevuto dalle autorità religiose, così come la mancata riforma radicale delle deboli istituzioni statali e il non aver raggiunto delle soluzioni realistiche per le questioni della regione del Kurdistan. Tutto ciò ha portato a quello che è l’Iraq oggi: corruzione dilagante, povertà, malattie, crollo del livello di istruzione fino al punto in cui le università irachene non sono più riconosciute dal resto del mondo e Baghdad è diventata la terza città peggiore al mondo per quanto riguarda la sicurezza e i servizi.

Il problema non è se il governo sia formato o meno da tecnocrati, ma si tratta di dover rettificare il processo politico e attuare delle riforme concrete, rispondendo nell’immediato alle richieste dei cittadini manifestanti mediante la concretizzazione di una vera e propria riconciliazione nazionale che parta dalla ricostruzione di uno Stato iracheno fondato sul principio di cittadinanza.

La domanda che sorge spontanea è la seguente: cosa accadrebbe nel caso in cui il premier Abadi dovesse fallire in questa sua ultima battaglia? Non sarebbe meglio per il popolo iracheno avere delle elezioni anticipate piuttosto che addentrarsi in nuovi intricati labirinti? Perché non far decidere al popolo la persona che sia in grado di rispondere alle sue richieste dopo che i governi delle quote, dell’esclusione e dei consensi sospetti non sono riusciti a suddividersi il bottino di potere?

Di certo Abadi non ha colpe per ciò che i suoi predecessori gli hanno lasciato. Tuttavia è indubbiamente responsabile per il modo in cui ha portato avanti tale lascito e per come avrebbe dovuto correggere il processo politico fondandolo su basi sostenibili, avviando una riconciliazione nazionale e ponendo fine agli eccessi del settarismo e del razzismo, modificando l’assetto demografico e trovando un accordo con il governo della regione del Kurdistan in merito ad un pacchetto di misure immediate e realistiche da applicare per risolvere ogni questione pendente. Soprattutto, avrebbe dovuto ripristinare il principio di cittadinanza senza il quale la situazione che l’Iraq affronta non migliorerà, né ora né mai.

Sarbast Bamarni, avvocato e attivista politico, è vicedirettore del giornale yemenita Al-Motamar.

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Roberta Papaleo

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