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In Iraq, una nuova avanguardia teatrale per dare speranza alle giovani irachene

Di Amma Karim e Jean-Marc Mojon. Your Middle East (13/10/2015). Traduzione e sintesi di Claudia Negrini.

Haneen, che ha trascorso la maggior parte della sua vita in orfanotrofio, racconta che prima poteva stare per settimane chiusa in se stessa, mangiando senza scopo, guardando la TV e dormendo tutto il giorno. Ma la scorsa settimana la ragazzina di 13 anni scoppiava di gioia e frenesia quando la folla del teatro di Baghdad ha applaudito sonoramente a lei e ai suoi amici.

“Ora sono felice. Canto, ballo e scherzo con i miei amici dell’orfanotrofio”, dice. “Sono cambiata. Le persone mi chiedono ‘Cos’è successo? Sei impazzita?”.

Quello che è successo è un progetto organizzato dalla Ruya Foundation for Contemporary Culture in Iraq e il suo obbiettivo è quello di introdurre la teatro-terapia in un Paese dove tutti hanno subito traumi di qualsivoglia natura.

La rappresentazione al Theatre Forum, un centro artistico innovativo che ha aperto in un bellissimo vecchio complesso sulle rive dei Tigri, è stato l’apice di un programma lungo mesi.

Bassem Altayeb è colui che si è incaricato di aiutare un gruppo di ragazze dell’orfanotrofio Dar al-Zuhur a Baghdad, mettendo su uno spettacolo che affronta le loro problematiche. È stati un allievo  di Catharsis, a Beirut, un centro di terapia teatrale diretto da Zeina Daccache, conosciuta per il suo lavoro con carcerati e operai immigrati in Libano.

Bassem Altayeb ha dichiarato che tutto il gruppo ha acquistato più sicurezza e autostima.

La sceneggiatura è incentrata su una ragazza che ribadisce il diritto a vivere, di essere protetta e avere dei sogni. Infanzia perduta, matrimoni precoci, disuguaglianze sociali: lo spettacolo affronta una vasta gamma di problematiche dell’Iraq con un misto spontaneo di humor e e cruda sincerità.

La giovane compagnia non risparmia nemmeno i politici e da voce alla disperazione che sta conducendo i giovani iracheni fuori dal Paese e verso le coste europee, causando risate sonore ma anche qualche sorrisetto imbarazzato tra la folla.

“Sono molto fiero di loro oggi”, ha detto Iman Hassoon, la direttrice dell’orfanotrofio, che dopo lo spettacolo era quasi commossa. “Qualche volta vengono degli uomini e mi chiedono di adottare una delle ragazze” e ha aggiunto che lei rifiuta sempre per paura che finiscano per essere costrette a lavorare come donne di servizio o prostitute.

Per decenni gli iracheni hanno dovuto subire la dittatura, sanzioni economiche, conflitti interni e esterni, molte volte anche allo stesso tempo. La violenza continua ad essere presente attraverso le esplosioni di autobombe, le immagini di massacri e decapitazioni che seminano morte e paura nel paese, mentre il caos ha permesso a ladri, strozzini e trafficanti di prosperare.

Il progetto di terapia teatrale indaga un modo di “rivolgersi alle persone e ai loro problemi, in una società estremamente danneggiata come l’Iraq, che ha vissuto tantissimi traumi e violenze”, ha spiegato Tamara Chalabi, presidente della Ruya Foundation.

“La società irachena è fatta per gli uomini, non tanto per le donne… Queste ragazze sono particolarmente vulnerabili”, ha aggiunto Furat al-Jamil, un artista iracheno-tedesco che ha lavorato anche con la Ruya.

“La prima volta che la Ruya Foundation ha fatto visita all’orfanotrofio, le ragazze erano molto timide, si nascondevano, tutte portavano il velo. Adesso le vedi libere da molte inibizioni”, ha detto Jamil e le ragazze stesse erano incredule di fronte alla loro trasformazione.

Amma Karim è un giornalista iracheno che lavora per The NewYork Times.

Jean-Marc Mojon è un giornalista di Agence France Presse.

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Claudia Negrini

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