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I siriani in Libano

Di Ramez Antaki. Al-Hayat (06/06/2016). Traduzione e sintesi di Silvia Lobina.

“La maggior parte dei miei amici sono partiti, e ora sono tra la Turchia, l’Europa e il Canada, ma il mio desiderio di restare qui non cambia”, dice Lina, ragazza siriana che lavora a Beirut, dove si è trasferita da circa 2 anni dopo essersi laureata in economia all’Università di Damasco.

Lina, che ogni settimana partecipa ad attività di volontariato per l’insegnamento ai bambini siriani, dice che Damasco resta un posto speciale da cui è difficile sentirsi davvero lontani: “Capisco che migrare verso i paesi occidentali sia la scelta di chi ha la responsabilità di famiglia e bambini, o dei ragazzi che vogliono portare avanti i loro studi universitari, ma per quanto mi riguarda la possibilità di un rapido ritorno in Siria è fondamentale”. E nonostante i genitori la incoraggino a partire, questo non è il suo desiderio.

Lina non è un caso raro: per Nawar “il posto migliore per i siriani è la Siria”, anche se dopo le informazioni apprese dai mass media e l’esperienza migratoria dei suoi compagni verso l’Europa, ha deciso di accontentarsi di quello che ha. Nawar lavora part time all’università libanese come informatico, seguendo nel frattempo le lezioni universitarie nel campo del networking; prevede di laurearsi il prossimo anno, ed è questo ciò che lo spinge a rimanere. Dice: “Finché sarò in grado di mantenere me e la mia famiglia non è necessario emigrare e umiliarsi”. Nawar desidera tornare in Siria subito dopo la laurea, a condizione di evitare il servizio militare obbligatorio: cercando di non esprimere qualunque posizione politica, afferma:“Semplicemente non voglio (finire per) uccidere nessuno, qualunque sia il fronte”.

Contrariamente ai preconcetti su di loro, il desiderio di tornare in Siria sembra ampiamente diffuso tra i rifugiati siriani in Libano, e si capisce bene la loro riluttanza a emigrare verso l’Europa. Perfino nei campi di rifugiati che versano in cattive condizioni è possibile trovare una famiglia come quella di ‘Umm Abdallah, inizialmente entusiasta di migrare con i suoi figli in Germania e Svezia. Il tempo l’ha poi portata a ricredersi e a pensare che non ci sono alternative alla Siria o al campo profughi di Yarmouk, nonostante Umm Abdallah lo consideri un paese inadeguato per lei e i suoi figli, soprattutto dopo l’aumento dei flussi di migranti e l’inizio delle tensioni comunitarie.

In aggiunta a quelli che desiderano tornare in Siria il prima possibile, ci sono quelli costretti a rimanere, al di là dei loro desideri personali, spesso per via del legame con i genitori rimasti in Siria che hanno bisogno di aiuto economico.

E rispetto al tema dell’insediamento permanente dei rifugiati siriani in Libano, sorrisi sarcastici si disegnano sui volti di molti degli interpellati su questo argomento: “Chi ha detto che noi vogliamo rimanere qui?”, dice Ghalib, che sta per finire la sua specializzazione in letteratura araba, il quale afferma che è semplice e logico per i siriani voler tornare in Siria e che questa non è una critica verso il Libano. Dice che è stata la necessità a spingere i siriani a restare in Libano, anche se il costo della vita è molto alto e i salari si sono mantenuti bassi fino al livello di sfruttamento.

Il Libano è un paese bellissimo, ma alla fine dei conti rappresenta una stazione temporanea per poi tornare in Siria o emigrare verso un altro paese.

Ramez Antaki  è lo pseudonimo di un giornalista siriano, collaboratore del Damascus Bureau – Institute for War and Peace Reporting’s forum per i giornalisti indipendenti siriani.

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