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I martiri della rivoluzione siriana dipinti sui muri di Saraqeb

Di Muhammad Dibo. Syria Untold (08/10/2014). Traduzione di Claudia Avolio.

In copertina, gli attivisti della campagna davanti ai volti dei martiri da loro dipinti (Fonte: pagina Facebook della Coalizione della Sinistra Siriana)

In tempi in cui gli aerei del regime siriano sorvolano ogni giorno i cieli di Saraqeb, sganciando i barili della morte, degli attivisti civili di sinistra aspettano lo scendere della notte e l’arrestarsi dei bombardamenti, per completare ciò che hanno iniziato quattro mesi fa. La campagna da loro intrapresa per dipingere i martiri della rivoluzione siriana sui muri della città è stata fermata allora da un “gruppo estremista” col pretesto che il disegno sarebbe contrario alla religione e al Corano. Allora qual è la storia? E chi sono quei ragazzi di sinistra che lavorano in silenzio nel cuore di una rivoluzione continuamente descritta come islamica?

Cinque mesi fa, nel maggio 2014, il “Collettivo di Sinistra di Saraqeb” ha deciso di entrare a far parte della “Coalizione della Sinistra Siriana” mettendo in atto una campagna che vuole dipingere i martiri della rivoluzione sui muri della città in memoria degli stessi martiri da un lato, e dall’altro come tentativo di mettere in risalto lo spettro di colori della rivoluzione siriana attraverso i loro volti. Questo per mandare un messaggio indiretto che affermi che la rivoluzione non appartiene ad alcuna categoria, etnia o religione: i suoi martiri fanno parte di ogni religione ed etnia.

Dopo che gli attivisti del collettivo hanno raccolto il materiale (vernici, colori e pennelli) coi propri soldi e hanno scelto i volti che le loro dita avrebbero poi ritratto sui muri della città lasciata da gran parte dei civili, hanno atteso il calare del buio per iniziare a lavorare per paura degli aerei del regime siriano, in agguato durante il giorno. Ma di colpo si sono resi conto che il pericolo proveniva da un’altra direzione. Perché non appena hanno iniziato a ritrarre i volti di Bassel Shehadeh, Muthanna al-Hussein, Musaab Haj Ismail, Ghiath Matar, Ammar Jabbar e gli altri, sono rimasti sorpresi del fatto che alcune fazioni di estremisti hanno cancellato i disegni, col pretesto che violassero il Corano.

Gli attivisti sono andati da una fazione a parlare della cosa e in una discussione con “l’emiro” è stato loro detto che si tratta dell’azione di membri del battaglione a titolo personale. Così è come se ci trovassimo di fronte a un nuovo regime, perché il regime giustifica sempre i propri crimini ascrivendoli ad “azioni individuali”. In seguito ai colloqui è stato permesso agli attivisti di continuare la loro campagna, con la promessa che quei membri (gli estremisti) sarebbero stati espulsi dalla città. Così gli attivisti hanno provato a continuare la loro opera ma l’intenso bombardamento a cui la città è esposta glielo ha impedito.

Gli attivisti stanno ancora aspettando con totale determinazione la quiete dei fronti militari sul terreno e l’arrestarsi o l’affievolirsi dei bombardamenti aerei. Per riempire, così, i muri della città con le anime dei martiri che hanno aperto davanti a loro il cammino della libertà, proseguendo sullo stesso sentiero. E se il regime non smette di bombardare, che si fa? A rispondere è l’attivista Wethab ‘Azoo, senza esitazione: “Aspettiamo l’inverno, perché allora le apparizioni degli aerei diminuiscono, perciò il bombardamento è meno preciso”.

Che gli attivisti aspettino quattro mesi per completare la loro campagna, passando di stagione in stagione, riflette la misura della fede che ripongono nella loro causa e l’importanza di ciò che stanno compiendo con un movimento pacifico civile e creativo malgrado le tenebre che li circondano. Indica anche l’entità della loro determinazione nel guadagnarsi la propria libertà: in qualunque momento la sua primavera dovesse sbocciare.

Mohammad Dibo, poeta, scrittore e ricercatore siriano, è caporedattore di Syria Untold.

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Claudia Avolio

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