Daesh Siria Zoom

Guerra e vita con Daish

Di Sam Masters. The Independent (04/01/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

La città polverosa e fatiscente, abitata da un quarto di milione di persone, è stata l’orgoglio di Daish (conosciuto in Occidente come ISIS) quando è caduta. Raqqa, capitale de facto di Daish, sottratta a Bashar al-Assad circa 18 mesi fa, è diventata il modello del “califfato” che un giorno, avvertono i jihadisti, si estenderà a tutto il Medio Oriente e oltre.

Migliaia sono fuggiti nei campi profughi in Turchia e in Libano, mentre quelli che rimangono devono vivere sotto la dottrina islamica di Abu Bakr al-Baghdadi. Ciò che resta, secondo un piccolo gruppi di attivisti, sono una città e una provincia silenziosamente massacrate. La polizia islamica pattuglia le strade, le percosse sono frequenti, le punizioni rapide e selvagge. Le decapitazioni sono comuni, un monito per coloro che osano mettere in dubbio la legge dei militanti. Dall’alto, la coalizione di jet guidata dagli americani bombarda la città incessantemente.

Le bombe sganciate dalle forze della coalizione lasciano cicatrici su un paesaggio già rovinato. Anche se l’avanzata attraverso la Siria e l’Iraq sembra aver perso slancio, con i militanti che soffrono sconfitte a Mosul e Kobane, la lotta per riprendere il controllo di Raqqa apparentemente deve ancora cominciare. I bombardamenti aerei colpiscono veicoli, edifici, depositi di armi e basi. La quantità di danni collaterali è alta. Cibo e acqua sono sempre più scarsi. Mendicanti di tutte le età occupano le strade di Raqqa. Ma la città continua ad essere governata col pugno di ferro.

Le interruzioni di corrente sono frequenti e Daish vuole rinforzi. Gas e gasolio sono disponibili, però non sempre vi si ha accesso. Le cure sanitarie sono usufruibili solo presso le strutture private. Un avviso, a quanto pare diffuso a Raqqa nel mese di dicembre, ha invitato i combattenti a farsi avanti e denunciare alla prima linea. Le corti e la polizia applicano la shari’a: l’alcol è vietato e coloro che sono sorpresi a vendere sigarette vengono frustrati pubblicamente. I negozi chiudono presto e le strade sono sempre più deserte dopo il tramonto. Il dissenso è quasi inesistente e la violenza inflitta ai civili è all’ordine del giorno. Come pure la paura, mala vita continua. Le banalità – dove mangiare, dormire, bere e divertirsi – sono più complicate rispetto a prima. Tuttavia, come dice chi abita nella città fatiscente, ciò non significa che la vita sotto Bashar al-Assad fosse migliore. Ora la vita, come dice un attivista, è un “diverso tipo di male”.

Come la storia ci insegna, sotto un regime brutale i crimini diminuiscono. Ibrahim (nome falso) ha 26 anni e dice che la vita è normale, tutto è in ordine e nessuno osa alzare la testa. Un ordine dettato dalla paura. Non ci sono aggressioni o furti perché la gente è spaventata a morte.

Le fustigazioni pubbliche – 100 frustate è la pena base per una serie di reati – sono all’ordine del giorno. Il conflitto e l’ascesa di Daish hanno sradicato le strutture sociali. Ci sono molti mendicanti, il denaro scarseggia. Le code per gli aiuti alimentari sono lunghe e le agenzie umanitarie sono vietate. Vi sono, tuttavia, voci circa l’esistenza di una valuta Daish.

Alla domanda se avrebbe preferito vivere sotto Assad o Daish, Ibrahim risponde: “Non avrei scelto nessuno dei due: sotto entrambi ogni errore potrebbe costarti la vita.”

Sam Masters scrive per la sezione esteri del quotidiano The Independent.

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Ilaria Antoniello

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