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I figli dimenticati dell’Iraq

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Di Ahmed Twaij. Middle East Monitor (30/08/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), la metà della popolazione irachena ha meno di 19 anni. I bambini nati dopo il 1997 avevano al massimo 6 anni quando la coalizione americana ha invaso l’Iraq. I loro primi ricordi sono di guerra, violenza e distruzione, e anche degli anni successivi ricordano poco altro: circa un milione di innocenti civili iracheni sono morti direttamente a causa della guerra e le morti di civili sono raddoppiate anno dopo anno, fino al mese scorso quando 300 persone hanno perso la vita nel più grave attacco terroristico avvenuto a Baghdad dall’inizio del conflitto.

L’impatto di tutto ciò sulla più giovane generazione irachena è del tutto trascurato. Dei 33 milioni di iracheni, 3,6 milioni di bambini (1 su 5) sono in pericolo di morte, violenza sessuale, sequestro e reclutamento nei gruppi armati. Un terzo, 4,7 milioni, necessita di aiuto umanitario, mentre il resto vive nella costante paura di bombardamenti. Questa continuo contatto con la violenza ha limitato drasticamente  la loro immaginazione, la quotidiana interazione con le armi ha fatto sì che esse diventassero i giocattoli più diffusi.

Sorge spontaneo chiedersi se una tale esposizione alla violenza durante l’infanzia possa sfociare nell’assunzione di comportamenti violenti da adulti. L’impatto della violenza diretta sui bambini durante la crescita è ampiamente documentato a livello medico, ma la carenza di psichiatri nel paese impedisce un corretto trattamento di tali condizioni nei minori.

Nei 13 anni trascorsi dalla caduta di Saddam Hussein, l’Iraq non ha mai vissuto un periodo di pace prolungato. A causa di ripetuti fallimenti ed episodi di corruzione, la fiducia nel governo è ai minimi storici e la maggior parte della popolazione preferisce non rivolgersi alle autorità in caso di crimini o contrasti, ma utilizzare un sistema di giustizia tribale basato su coercizione, violenza o denaro. La vecchia generazione può ricordare l’esistenza di uno Stato, ma quella più giovane non ha mai vissuto in un sistema in cui esiste un governo e una legge che deve essere rispettata. Senza contare che la situazione rischia di peggiorare in ulteriore anarchia.

The House of Hope è un’organizzazione istituita per occuparsi degli orfani di Baghdad. Al-Dhahaby  che ne è a capo ammette che la sua più grande paura per il futuro dei bambini è “la loro preoccupazione per la violenza e le armi”. Aggiunge: “I bambini sono i membri più deboli della nostra società; essi sono stati reclutati da Al-Qaeda, Daesh (ISIS) e altri gruppi per combattere le loro guerre. Questo è il motivo per cui dobbiamo concentrarci sul futuro del paese, concentrandoci sui nostri figli”.

Purtroppo, i bambini iracheni vengono trascurati. Il loro potenziale sta andando distrutto e l’Iraq rischia di trovarsi in condizioni ancora peggiori prima che questo cambi.

Ahmed Twaij scrive per Middle East Monitor.

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Redazione

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