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Il Congresso di Vienna come ispirazione

Di Domique Moisi. El País (02/10/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Duecento anni fa, il 25 settembre del 1814, il Congresso di Vienna segnò l’inizio del periodo di pace più lungo nella storia dell’Europa. Quindi, perché l’anniversario di questo evento è stato quasi totalmente ignorato?

In realtà, il Congresso di Vienna è principalmente considerato come l’evento che segna la vittoria delle forze reazionarie di Europa dopo la sconfitta di Napoleone. Comunque, tenendo in conto la crescente confusione globale di oggi – per non dire caos – non sarebbe male sentire nostalgia di questo congresso. Del resto, a Vienna si realizzò una riunione che ristabilì l’ordine internazionale dopo il trambusto causato dalla Rivoluzione Francese e dalle guerre napoleoniche. Oggi come oggi, potremmo applicare alcune delle lezioni che quel Congresso ci ha insegnato?

Il congresso di Vienna ristabilì il principio dell’equilibrio di potere, sulla base della convinzione per cui ogni parte condivide con le altre un interesse comune che trascende le sue rispettive ambizioni. Ristabilì, inoltre, il concerto delle nazioni, che durante due generazioni detenne il revisionismo territoriale e ideologico, tre il 1789 ed il 1815.

Il trattato prodotto dal Congresso di Vienna ci aiuta a capire la specificità della nostra condizione attuale. A Vienna, le potenze europee rinforzarono il loro sentimento di appartenenza a una grande famiglia unita dalle origini aristocratiche comuni dei suoi diplomatici. Di certo, attualmente non si può ambire a ricreare quel mondo. Più che altro l’ambizione deve essere quella di disegnare un nuovo ordine basato su presupposti diversi. Di fatti, una delle chiavi del nostro attuale disordine mondiale è che, a differenza di quanto accaduto al Congresso di Vienna, i principali attori del sistema internazionale non sono uniti da una volontà comune di difendere lo status quo.

Gli attori odierni si dividono in tre categorie: i revisionisti aperti, come Russia e Daish (conosciuto in Occidente come ISIS); coloro disposti a lottare per proteggere un ordine minimo, come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti; e infine gli Stati ambivalenti – che include attori regionali chiave come Turchia e Iran – le cui azioni non corrispondono alla loro retorica.

In un contesto così frammentato, l’alleanza dei “moderati”, creata dal presidente Obama per debellare lo Stato Islamico e che include Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, è debole, anche nel migliore dei casi. È probabile che una coalizione multiculturale sia un requisito per realizzare un’azione militare legittima in Medio Oriente; il dilemma è che, a meno che la coalizione regionale di Obama non si espanda considerevolmente, l’entusiasmo degli attuali alleati nel sostenere un’azione militare statunitense probabilmente scemerà rapidamente.

Magari qualcosa come “l’egemonia bipolare” di Gran Bretagna e Russia dopo l’anno 1815 potrebbe essere ricostruita, sostituendo le due antiche potenze con l’Unione Europea e la Cina nello schema. Ma possiamo dipendere dalla realizzazione di questo schema? Oggi come oggi, le lezioni del Congresso di Vienna sembrano essere lontane e irrilevanti. Ad ogni modo, una è ovvia: gli Stati hanno interessi comuni che devono mettere in cima alle priorità nazionali.

Una riunione degli equivalenti moderni di Metternich, Castlereagh, Alessandro I e Talleyrand sarebbe un sogno, ma non esiste nessun leader del genere oggi. Ad ogni modo, paragonando il recente disordine e l’escalation di violenza attuali, i potenti di oggi farebbero bene a farsi ispirare dai loro antenati i quali, duecento anni fa, aprirono il cammino a quasi un secolo di pace.

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Roberta Papaleo

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