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I bombardamenti turchi in Siria e Iraq

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Un’azione di forza per fare in modo che inizi un nuovo capitolo della politica USA?

L’opinione di al-Quds. Al-Quds al -Arabi (26/04/2017). Traduzione e sintesi di Emanuele Uboldi.

Le bombe turche su Sinjar e altre “postazioni di difesa” curde in Siria e Iraq hanno colto di sorpresa anche molti turchi. Per un’operazione di questa portata, sarebbe stato necessario coordinarsi tanto con la “coalizione internazionale”, capitanata dagli Stati Uniti d’America, quanto con la Russia, i cui jet e sistemi di difesa missilistica dominano i cieli siriani. Per raggiungere un tale accordo tra questi due attori servirebbe una lettura dettagliata del quadro generale, da un lato, mentre dall’altro sarebbe necessaria una lettura analitica per tracciare i cambiamenti successivi o consequenziali all’attacco – sia da parte turca, sia riguardo i piccoli e grandi attori rilevanti, tra i quali il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) stesso.

I turchi non hanno mai nascosto che la chiusura dell’operazione Scudo dell’Eufrate avrebbe condotto ad altre operazioni: l’esercito turco avrebbe continuato la lotta contro i curdi portandola fuori dalla Turchia, nelle zone di influenza curde – in particolare Sirjan. Qui infatti il potere del PKK è instabile a causa degli equilibri politici e demografici, minacciato non dal governo turco, ma dal potere curdo iracheno, che ha risposto inglobando nelle proprie milizie i curdi siriani che non hanno trovato un ruolo politico nel progetto del PKK siriano.

Il fattore sorpresa dell’attacco si riconduce anche al fatto che la “coalizione internazionale” fa completo affidamento sul PKK. Quest’alleanza, a dire il vero, è una delle fonti della grande amarezza turca, che porta alla sensazione che le decisioni americane siano contro la Turchia: gli ultimi attacchi aerei potrebbero portare gli americani a rivedere l’esclusione della Turchia dalle decisioni.

Questa rinnovata assertività nasce dalla salda presa del presidente turco sul potere e dalla limitazione dell’influenza occidentale sulle questioni turche, dall’esercito ai partiti di opposizione. Tutto ciò in un contesto generale in cui gli USA si trovano ad affrontare diverse sfide sparse in tutto il mondo e l’Europa si confronta con il pericolo della divisione dell’Unione per mano delle estreme sinistre sostenute dalla Russia.

Come se non bastasse, le recenti modifiche sul rafforzamento dei poteri del Capo di Stato turco sono state appoggiate da Russia e USA. Riesce quindi difficile capire se si aprirà un nuovo capitolo nella politica americana, nonostante Trump abbia rassicurato Erdoğan qualche giorno prima che quest’ultimo attaccasse il PKK.

Risulta difficile anche capire come il comando militare della coalizione in Siria e Iraq accetterà, dato che ha sempre difeso la collaborazione con il PKK, e se permetterà che l’amministrazione americana dia inizio a una nuova politica nei confronti della guerra di Ankara contro il partito curdo e le sue fazioni siriane. L’incontro tra Trump ed Erdoğan il mese prossimo potrebbe chiarire queste questioni.

Fermo restando che la lotta a Daesh (ISIS) resta la priorità di Trump, il ruolo turco (militare e politico) a questo proposito rende obbligatorio per il comando militare americano assegnare al PKK la missione di liberazione della città araba di Raqqa dallo “Stato Islamico”, il quale continua a bersagliare gli arabi sunniti oppressi, a pianificare un eventuale cambiamento demografico, a fondare sistemi estremisti, oltre che, ovviamente, continuare a costituire una minaccia per la Turchia.

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