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Beirut, testimonianze:”Cinque millisecondi”. Francesca Martino racconta i drammatici momenti della deflagrazione

Cinque millisecondi

di Francesca Martino

Il tempo non esiste più. Si è cristallizzato tra le 18:07 e le 18:08 di quel martedì 4 agosto 2020. 

Il sole iniziava appena a essere meno bruciante, lasciando apparire persino qualche timida ombra tra i palazzi più alti. Non ero né particolarmente triste né felice, un’altra giornata ordinaria che scivolava pigra, mentre già pregustavo il fresco della sera. 

Ero sola in casa. Mi preparavo per fare compere. Ero in ritardo. L’ho capito subito che non era uno dei soliti rumori di questa città a cui, dopo tre anni, ho finito per abituarmi. 

“Fuochi d’artificio”, era la risposta pacata che mi sentivo sempre dare quando preoccupata chiedevo la causa di questo o quel botto. Ma quelli non erano fuochi d’artificio.

La curiosità mista alla paura mi ha spinto a sbirciare dalla finestra. Tra tutte, sono andata a quella giusta, nel soggiorno, che dà precisamente sul mare. L’enorme nube di fumo biancastro mi ha in parte tranquillizzata perché relativamente lontana ma, fedele alla mia intuizione iniziale, ho pensato di correre verso la camera per prendere il telefono. 

Cinque millisecondi. È il tempo che, secondo la scienza, impiega un neurotrasmettitore per inviare al corpo un messaggio, l’ordine di muoversi, di compiere un’azione. Avevo appena attraversato il soggiorno quando il tempo mi ha fagocitato. Uno spaventoso mostro d’aria correva all’impazzata proprio verso di me, in un boato sempre più vicino. Quando ho visto il sangue sulla mia gamba, era già uscito di casa spaccando porte e finestre, lasciandomi in attesa di qualcosa di peggio. Un enorme braccio si stava abbattendo sul mio palazzo, di lì a poco sarebbero caduti muri e soffitti…

‘Non morirò, non perderò la gamba’, è stato il mantra che mi ha spinto a uscire dal bagno in cui mi ero rifugiata, a infilare le scarpe più robuste che ho trovato a portata di mano per camminare sull’ammasso di vetri rotti e prendere le scale del palazzo.

Poi, la corsa in ospedale con la paura che potesse succedere di nuovo, che fosse solo il primo di una serie di attacchi.

Da quel momento il tempo si è dilatato: l’attesa, i volti sconvolti, i brandelli di pelle insanguinati, i primi, lancinanti dolori.

Pare che quando cala l’adrenalina il corpo entri in uno stato di pace remissiva che è simile a una piccola morte. 

Quando, a sera, sono uscita dall’ospedale, avevo perso una scarpa ma io ero tutta intera, solo ricucita.

Tempo, ancora lui. È solo una questione di tempo e tutto tornerà come prima, o quasi.

Quanto alla città, le cui immagini oggi mi arrivano attraverso i rumori di chi raccoglie vetri e pezzi sparsi ovunque, non mi sento di poter dire lo stesso.

Beirut, sette volte caduta e sette volte rinata, riuscirai a risollevarti ancora, riuscirai a dimenticare il giorno in cui un fato beffardo ha giocato a una roulette russa collettiva con la tua gente?

F. M. è una delle traduttrici di Arabpress dall’arabo all’italiano, ha tradotto diversi romanzi dal francese e vive tra Beirut, Parigi e l’Italia, il suo Paese natale.

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